• Joe Petrosino, la storia del grande detective Il primo italiano che sfidò la mafia

    scritto il 3 marzo 2016 da: Michele Tomaselli
    Il signor Nino Melito Petrosino pronipote di Joe Petrosino.

    Il signor Nino Melito Petrosino pronipote di Joe Petrosino.

    “Educare alla legalità significa anche conoscere la storia di personaggi che hanno dedicato la propria vita per combattere le organizzazioni criminali.” Questo il messaggio che l’Associazione internazionale “Joe Petrosino” di Padula (SA) ha voluto lanciare aprendo la casa museo Joe Petrosino, l’unica in Italia dedicata a un rappresentante delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di far conoscere la cultura e la dedizione di Joe Petrosino contro la criminalità organizzata. Fu, infatti, il primo poliziotto ad essere vittima della mafia, avendo scoperto i legami tra la mafia italo – americana e quella siciliana, ideato la tecnica dei travestimenti, formato la 1° squadra di artificieri (Bomb Squad) e contribuito all’arresto di 20.000 criminali. Far conoscere la sua vita significa ripercorrere la storia passata dei nostri emigranti e raccontare tramite una rivisitazione storica il fenomeno mafioso, che, già presente dal XIX secolo in Sicilia, era riuscito ad arrivare oltre Oceano, grazie al legame con la mafia americana e alle sue ramificazioni. Oggi, nonostante il progresso delle tecniche investigative e l’impegno delle forze dell’ordine, il fenomeno malavitoso rimane spesso avvolto nell’oscurità e nell’ambiguità, in una nebbia tenebrosa che lo rende inafferrabile e misterioso. Ecco perché è necessario divulgare l’opera di Joe Petrosino, affinché il suo impegno non rimanga vano e possa contribuire, nell’attuale contesto, a sensibilizzare l’opinione pubblica e a combattere la criminalità organizzata.

    Casa Museo Joe Petrosino Una delle sezioni

    Casa Museo Joe Petrosino Una delle sezioni

    Il Museo ripercorre, tra le sue 24 sezioni, la vicenda e l’eredità investigativa del detective Joe Petrosino dal 1860 (anno di nascita di Joe) fino ai giorni nostri, proponendo un interessantissimo spaccato d’epoca: il tutto sotto la supervisione esperta di Nino Melito Petrosino, figlio della signora Gilda e orgoglioso pronipote di Joe Petrosino, attento custode della vita del grande poliziotto. È stato lui, agli albori, circa trent’anni fa, a comprendere l’importanza di questa Casa, del 1768, poi ampliata nel 1834, progettando questo formidabile tragitto storico. Successivamente il Comune di Padula, la Regione Campania e la Provincia di Salerno hanno contribuito alla sua realizzazione.

    Qui rivive il dramma della grande emigrazione meridionale che si dipana dall’ultimo ‘800 fino ai primi del ‘900. Nonno Michele, infatti, ultimo fratello di Joe, appena rientrato dall’America, elevato a una nuova condizione sociale, spese il suo gruzzolo per ammodernare questa casa. A comprova: il rudimentale impianto elettrico e gli arredi liberty della sala da pranzo, che possiamo ancora vedere e che rappresentavano la reificazione del nuovo benessere con il quale l’emigrante, di ritorno al Paesello, dimostrava di non essere partito invano. Altresì, l’uso di oggetti d’oro, come la “cipolla” e il modo di vestire alla Bella Epoque illustravano la condizione del successo. Ecco perché questa casa può essere considerata una significativa e forse unica testimonianza della tipica casa degli emigranti rientrati di fine ottocento, grazie soprattutto al repertorio fotografico e agli oggetti del tempo che la signora Gilda Petrosino, nipote di Joe, ha gelosamente custodito fino al 1997, anno della sua morte.

    E ancora, girovagando fra le quattro stanzette della casa, si notano delle foto sbiadite, gli articoli di giornale e le onorificenze: cosicché par di rivivere le atmosfere del passato. All’interno il letto di ferro battuto, la culla, la valigia di cartone, il camino in pietra, il violino e la vetrina a balaustra rappresentano i pezzi pregiati di quel modo di vivere.

    In questa casa Joe visse fino a tredici anni, fino a quando nel 1873, insieme al padre Prospero e a tutta la famiglia, partì per l’America, attirato da allettanti promesse e sognando un futuro migliore. L’America era considerata una terra ove tutto era possibile e che apriva la strada della ricchezza, ma, al contrario, una volta arrivati, si rivelava una fabbrica di illusioni, una carneficina di speranze che richiedeva spirito di adattamento. Si poteva anche diventare ricchi ma bisognava lavorare sodo e avere un po’ di fortuna. C’è da dire che la convinzione di partire maturò solamente quando l’amico Pietro Jorio, di Avellino, spedì questa lettera, illustrando la sua esperienza nel“Nuovo Mondo”:

    Carissimo Giuseppe, vengo con questa mia a farti sapere che io sono felicemente arrivato quaggiù, che lavoro molto e guadagno due pezze al giorno. Nel lavoro ove sono potresti venire anche tu, i Bossi sono contenti di avere operai italiani. Ti aspetto dunque presto. Tuo affezionato Pietro.”

    Così, con un biglietto di terza classe e un fagotto di sogni e speranze, partì con un transatlantico. A Ellis Island, punto d’ingresso alla baia di New York, gli immigranti venivano raccolti come in un lazzaretto, in edifici fatiscenti e sovraffollati. Fortunosamente Joe trovò alloggio a Mulberry Street, nella Little Italy, ove risiedeva una comunità italiana che contava più abitanti di Milano e Napoli, anche se relegata ad un ghetto malsano, fetido, e superaffollato. Il padre di Joe riprese a lavorare come sarto, mestiere che gli aveva dato sempre da vivere; mentre il piccolo Joe, grazie alle sue conoscenze scolastiche – aveva frequentato la sesta elementare e sapeva suonare il violino – imparò subito l’inglese e si dedicò a molteplici attività. Nel 1877, gli venne conferita la cittadinanza americana. A detta di molti, aveva le capacità di un cattedratico anche se frenato dalla condizione di emigrato, quasi al limite dell’emarginazione.

    Nonostante le difficoltà, aprì, con l’amico Pietro Iorio, un chiosco, ove si vendevano i giornali e si lucidavano le scarpe. Perciò gli venne attribuito il nome di sciuscià (lustrascarpe).

    Ma la vita di Joe stava per cambiare: quel chiosco si trovava di fronte alla centrale di Polizia e molti agenti frequentavano la sua bottega. Allora la Polizia si trovava in grosse difficoltà, perché la criminalità organizzata stava dilagando, specie quella italo – americana, e nessun poliziotto capiva bene la lingua italiana. Così Joe capitò a fagiolo: sapendo parlare molto bene l’italiano e l’inglese, si rivelò un preziosissimo informatore del Dipartimento di Polizia. Joe svolgeva il compito senza volere nulla in cambio, anche se la Polizia avrebbe voluto ricompensarlo. Il premio comunque arrivò quando gli fu proposto un posto fisso da netturbino.

    Padula (SA) casa museo di Joe Petrosino il salotto in cui zio Michele incontro per ultima volta il mitico Joe (Copia)

    Padula (SA) casa museo di Joe Petrosino il salotto in cui zio Michele incontro per ultima volta il mitico Joe

    Joe accettò il nuovo lavoro e, senza perdersi d’animo, da ussaro bianco (dal nome del camice bianco che indossava) divenne ben presto capo-squadra, ma continuò a fare l’informatore della Polizia, fino a quando un bel giorno, lavorando, udì un gruppo di italiani che volevano colpire il Capo della Polizia durante una cerimonia a Broadway. Secondo il losco piano gli attentatori avrebbero dovuto infiltrarsi tra la folla e colpire il commissario con coltelli e pugnali. C’è da dire, che, allora, gli spazzini erano quasi tutti irlandesi e i criminali non riconobbero la nazionalità di Joe. Di conseguenza parlarono a ruota libera, senza preoccuparsi di essere scoperti. Così, nel giorno prestabilito, Petrosino si fece “comandare di ramazza” e quando avvertì i primi tafferugli, si avventò in mezzo alla folla armato della sola scopa, impedendo l’attentato. Così salvò il capo della polizia. I dettagli di questa brillante operazione ce li fornì il noto giornalista Luigi Barzini, inviato speciale del Corriere della Sera.

    Questo gesto eroico, il 19 ottobre 1883, gli permise di essere assunto nella Polizia di New York. Due anni dopo entrò a far parte del Bureau, il prestigioso ufficio investigativo di New York, di cui facevano parte i cinque più abili detective del Dipartimento. Da questo momento Joe cominciò la sua battaglia nel nome della giustizia, da uomo onesto, appassionato del suo lavoro, incorruttibile e con grande senso del dovere (buono coi buoni, ma un demonio coi delinquenti).

    Intanto, nel quartiere italiano, la Mano Nera (Black Hand) metteva le radici. Vito Cascio Ferro, piccolo boss di origine siciliana – il fondatore di Cosa Nostra – aveva ottenuto il controllo della malavita organizzata. In particolare la Mano Nera divenne ben presto una tenebrosa organizzazione di gangster che imponeva taglie ai commercianti: l’intimazione avveniva attraverso lettere estorsive firmate con l’impronta di una mano nera. È bene ricordare che in breve tempo si diffonderà a macchia di leopardo: dall’America ai Balcani, proiettando la sua ombra anche sul fatale attentato di Sarajevo da cui scaturì la Prima Guerra Mondiale.

    Casa Museo di Joe Petrosino Una delle 24 sezioni (Copia)

    Casa Museo di Joe Petrosino Una delle 24 sezioni

    Joe, però, non si arrese, godeva dell’appoggio incondizionato di un assessore della Polizia, Theodore Roosevelt, lo stesso che poi diventerà presidente degli Stati Uniti per due mandati: dal 1901 al 1909. Roosevelt lo nominò prima sergente, poi detective e infine tenente. L’apice della carriera arrivò quando istituì l’Italian Branch, un gruppo di poliziotti italiani che aveva il compito di fermare la Mano Nera. C’è da ricordare, però, che Petrosino era basso, alto appena un metro e sessanta, all’apparenza quasi ridicolo, sebbene possedesse eccellenti doti investigative e sferrasse dei pugni fortissimi. Ai giornalisti americani sembrava uno dei baristi di Little Italy: “a prima vista – scrivevono – sembra un proprietario di caffè o un bottegaio di Little Italy.” Ma le apparenze ingannano e i criminali compresero presto che c’era ben poco da scherzare.

    Joe compì 900 arresti in un solo anno e salvò la vita al tenore Enrico Caruso. Non andò così bene al presidente americano William McKinley, assassinato da un anarchico, ma non per colpa di Joe, che aveva scoperto il piano criminoso e avvertito McKinley, il quale sottovalutò la sua segnalazione. Aveva altresì indagato sull’assassinio del re Umberto 1° di Savoia, individuando la cellula anarchica da cui era partito Gaetano Bresci.

    Ma torniamo alla Casa di Padula, per arrivare all’ultimo anno di vita di Joe.

    L’orologio a muro della sala da pranzo ha le lancette ferme e segna le ore 14.20, una sottigliezza creata ad hoc, per ricordare l’ultimo pranzo di Joe assieme al fratello. Infatti, il famoso detective, nel 1909, era rientrato in Italia, dopo trentacinque anni di lontananza, per seguire un’indagine sulla Mano Nera. Così era ritornato a Padula, seppure fugacemente, per salutare il fratello Michele. In realtà la missione era stata compromessa alla partenza, quando il Commissario del New York City Police Department (NYPD), Bingham, aveva fatto trapelare alcune notizie, tanto che il New York Herald aveva pubblicato un articolo che rivelava la partenza per l’Italia del famoso detective. Tuttavia Joe volle comunque partire, perché riteneva la mafia siciliana incapace di uccidere. Perciò rifiutò ogni tipo di protezione.

    Il boss Vito Cascio Ferro, che aveva creato un sodalizio criminoso fra la Sicilia e gli Stati Uniti, ordinò la sua eliminazione, ingaggiando due sicari per ucciderlo. I rapporti tra Stato italiano e mafia erano facilitati dall’onorevole Raffaele Palizzolo, dell’area politica di Francesco Crispi, che, già nel 1901, era stato condannato a trent’anni di reclusione per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia. Ma la pena gli era stata condonata dalla Corte d’Assise. Joe riuscì a trovare preziose informazioni sui legami tra la mafia italo-americana e quella siciliana, anche se gli intrecci del potere insabbiarono ogni cosa. Il 12 marzo, a Palermo, in piazza Marina, è vittima di un agguato e viene freddato da quattro colpi di pistola. Il tenente Joe Petrosino divenne così il primo poliziotto vittima della mafia, un sistema perverso che anche oggi non smette di distruggere vite umane.

    Il 12 aprile 1909, la città di New York gli rese omaggio. Alla solenne cerimonia parteciparono oltre 260.000 persone. Theodore Roosevelt, intervenuto al funerale, tra l’altro disse: “ Petrosino era un uomo grande e buono che valeva la pena di conoscere, sono molto addolorato per la perdita del mio caro amico Joe.” Il delitto suscitò scalpore in Italia e negli Stati Uniti. I grandi giornali americani accusarono le autorità italiane di collusione con la mafia. Theodore Roosevelt, Presidente degli Stati Uniti, fece pressione perché venissero assicurati alla giustizia i responsabili del delitto.

    A conclusione dell’indagine, il questore Ceola denunciava per concorso in omicidio: Antonino Passananti, Gaspare Tedeschi, Giovanni Ruisi, Carlo Costantino, Giovanni Battista Finazzo, Paolo Palazzotto, Giovanni Dazzò e Vito Cascio Ferro. Ma i sospetti principali si concentrarono su Paolo Palazzotto, arrestato da Petrosino negli Stati Uniti per sfruttamento della prostituzione, e giunto stranamente a Palermo pochi giorni prima del delitto. Tuttavia, solo Carlo Costantino prese le porte del carcere, anche se per un brevissimo periodo.

    Nel 2014, il 29enne Domenico Palazzotto, pronipote di Paolo Palazzotto, avrebbe confidato a diversi amici che fu proprio il prozio a sparare a Petrosino. La notizia emerge da un’intercettazione telefonica durante un’operazione antimafia. Ma più di qualcuno dei soggetti imputati nel processo e assolti per insufficienza di prove, successivamente incarcerati per altri motivi, rivendicarono alla loro cosca l’“onore” di avere ucciso Petrosino. Secondo la ricostruzione di Arrigo Petacco (Joe Petrosino, Mondadori, Milano 1972), i presunti assassini di Petrosino fecero tutti una brutta fine. Anche il capo della polizia di New York, Theodore Bingham, accusato dal consiglio comunale di avere ucciso Petrosino o quasi con la sua smania di pubblicità e le improvvide rivelazioni sul viaggio in Italia, fu destituito e dovette rinunciare alle sue ambizioni politiche.

    Oggi New York lo ricorda con il Petrosino Day; evento istituito nel 1985, in occasione del 125° anniversario della nascita del poliziotto.

    articolo apparso su iMagazine N. 58 settembre – ottobre 2015

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