• Paolo Roiatti RIP In vagone 116

    scritto il 7 luglio 2016 da: Michele Tomaselli

    Nel 1996 acquisto per 1.000 lire un vagone ferroviario del 1920. Portato nel suo giardino di Remanzacco, è divenuto lo scenario suggestivo di concerti ed eventi culturali. Dopo l’estate del 2016 sarebbe dovuto partire il nuovo cartellone, ma un tragico incidente stradale ha cambiato tutto. In memoria di Paolo Roiatti, pubblichiamo l’intervista rilasciata  poche settimane prima di morire.

    (22)Paolo Roiatti Rip, (foto di Igino Durisotti)

    Il treno è decisamente il più bel cinema del mondo e, se si viaggia con un biglietto di prima o di seconda classe, si potranno ascoltare copioni stravaganti, tra perfetti sconosciuti, degni del più grande sceneggiatore hollywoodiano. Il cinema è nato in treno, quando nel 1895, al gran Caffè del Boulevard di Parigi, una vaporiera in bianco e nero sembrava venirti addosso per la gioia dei fratelli Lumière e della Bella Epoque. E da allora il cinema ha continuato a viaggiare. Ci sono pellicole memorabili che immortalano scene di vita sul treno come gli schiaffi alla stazione di “Amici miei” di Mario Monicelli e l’arrivo del treno in “C’era una volta il West” di Sergio Leone.

    Vicino alla stazione ferroviaria di Remanzacco, a est di Udine, c’é un vagone blu con tante finestrelle colorate. Sembra la carrozza del film “Il dottor Zivago”, la pellicola del romanzo di Boris Pasternak, con la quale Yuri Divago raggiunse la cittadina di Yuriatyn, in mezzo alle nevi della Siberia.

    (1)La stazione di Remanzacco (UD) foto di Igino Durisotti

    Ed è in questa inusuale location, che l’artista Paolo Roiatti organizzava eventi musicali, presentava libri e promuoveva artisti. Emozioni che hanno dato vita a un laboratorio estremamente creativo per sperimentare e condividere nuove espressioni artistiche. Di questo e molto altro ho parlato con Paolo poche settimane prima che morisse in un incidente stradale lo scorso 24 marzo.

    Ecco l’ultima intervista da lui rilasciata. Paolo Roiatti, si dice che lei abbia il pollice verde, può creare sculture con le piante e trasformare la flora in fauna. Una passione di lunga data che prevale su quella dei treni?

    «Si è vero, era già sbocciata negli anni Settanta, quando frequentavo le scuole superiori. Peraltro oggi la cura del verde è un fenomeno di massa e un punto d’incontro per far crescere le nuove generazioni. Sono un architetto del verde, progetto parchi e giardini, anche se, per pochi esami, non ho completato gli studi universitari. Mi chiamano a sistemare gli angoli più nascosti e a far rivivere gli spazi dismessi. I miei committenti sono soprattutto aziende ed enti pubblici. Ma la mia vera passione sono i bonsai, l’arte per concentrare nel piccolo quello che la natura ci dà in grandi dimensioni. Amo gli alberi di alto fusto, ma non posso certo coltivarli nel mio giardino, così sono stato costretto a rimpicciolirli. Porta la mia firma una curiosa “invenzione”: la vite mignon, o, come la voglio chiamare io, la vite da compagnia, una piantina con tralci di pochi centimetri, capace di procreare veri grappoli d’uva. Il Friuli gli ha dato la radici e la sostanza e la stiamo esportando in tutto il mondo. Al Vinitaly ho realizzato gli allestimenti interni del padiglione d’ingresso con 400 micro vigne».

    Torniamo al suo secondo amore, da capostazione è pronto far partire, un’altra volta, il “Vagone 116” in un distillato di arte e cultura?

    «Rimandiamo la partenza dopo l’estate… Ho deciso di aprire, ancora una volta, le porte di casa mia a tutti coloro che vorranno venirci a trovare. Come sempre gli eventi si svolgeranno all’interno del vagone 116 e nel mio giardino di casa, che a me piace chiamare il vivaio-laboratorio di San Urbano, dal nome del protettore dei bottai a cui ci si appella per fare una buona vendemmia. Nei prossimi incontri ci sarà, come sempre, la compagnia del buon vino e di alcune galline di razza polverara. Ma anche di nuovi artisti, musicisti e vignaioli. Sarà senz’altro un luogo di scambio e una fucina di sperimentazione. Mi auguro uno spazio frequentato dalle persone più svariate».

    (5)Il vagone 116 (foto di Igino Durisotti)

    Perché 116?

    «È il codice identificativo del vagone, all’origine dell’antico convoglio, peraltro ancora inciso in una speciale targhetta».

    Il vagone 116 è il protagonista di un viaggio del non ritorno in cui tutto è arte?

    «Ognuno di noi è un’opera d’arte e non c’è modo di tornare indietro. Quando ho deciso di partire non immaginavo di continuare, sono sei anni che organizziamo eventi. Alle nostre serate, tuttavia, c’è il limite che possono partecipare un numero esiguo di persone, dacché il vagone 116 contiene solo ventisei posti a sedere. Peraltro è curioso sapere che queste sedie provengono dall’ex cinema di Osoppo. Inoltre, all’interno della carrozza ho appeso i quadri di Antonio Cendamo, un grande artista visionario, purtroppo recentemente scomparso, e anche presentato in un video da Andrea Diprè;di Luciano Lunazzi, l’artista hippie che racconta le sue esperienze di viaggio; di Ivana Burello, un’artista eclettica e creativa; e di Giordano Floreancig, degno erede di Cendamo. Tutti artisti che hanno partecipato alle nostre serate».

    Ai lettori di iMagazine vuole ricordare i contenuti delle passate edizioni artistiche?

    «Nell’ottobre del 2010 abbiamo realizzato Vagon gnot, una serie di serate con musiche e poesie in friulano. Il luogo così è stato rifugio di poeti, narratori, viandanti e malati di cultura friulana. Inoltre, un professore del Malignani d i Udine ci ha raccontato come si possono vendere computer tecnologici a centocinquanta euro. In seguito abbiamo organizzato due edizioni di Giam BorDer Line, Vagone in movimento. Un progetto creativo, allestito anche in altre aree di Remanzacco, che ha dato impulso alla promozione di due vigneti storici dell’area orientale del Friuli: la Duline e il Ronco Pitotti. Infine, lo scorso autunno, è partita l’iniziativa Vagone 116, quattro incontri tra musica, libri e pittura. Seduti in carrozza, abbiamo assistito a un clima giocoso con atmosfere bohèmien e l’arte culinaria friulana. Abbiamo avuto gli arrangiamenti musicali di Rocco Burtone e del pianista Arno Barzan, la poesia di Natalia Bondarenko, i dialoghi dell’attrice Vittorina Lanfredi e della giornalista Lucia Burello».

    Qual è la storia del Vagone 116?

    «Nel 1996, un amico ingegnere che commerciava locomotive ferroviarie mi propose di comperare un vecchio vagone ferroviario e di metterlo in giardino. L’idea era talmente strampalata che accolse subito il mio interesse. Tuttavia doveva essere una sorpresa e i miei figli non dovevano venirlo a sapere, almeno fino a quando la carrozza non fosse stata sistemata in cortile. Si trattava di un vagone di terza classe, in legno e intelaiatura in ferro, del 1920, originario della Cecoslovacchia, che viaggiava sulla linea ferroviaria Vienna-Trieste, sugli ex territori dell’impero austroungarico. Ricordo che agli albori i biglietti di terza classe costavano una cifra irrisoria e permettevano di viaggiare senza grandi difficoltà. Il vagone 116, come tutte le carrozze del tempo, era stato allestito internamente con delle panche in legno, distribuite su due file. Dopo la Seconda guerra mondiale fu utilizzato, assieme ad altri 4 vagoni, nei Cantieri navali di Monfalcone, come navetta di spola per trasportare gli operai negli stabilimenti. Arriviamo agli anni Ottanta, quando venne smantellato e depositato in un binario morto nei pressi di Porto Nogaro».

    Come è avvenuto il suo trasporto?

    «Fu quasi un’impresa. Si trattava di spostarlo da Porto Nogaro fino a Remanzacco, nel giardino di casa mia, passando per alcune strettoie. Anche se per acquistarlo pagai ai tempi la cifra simbolica di mille lire, per smuoverlo fui costretto a sborsare un milione e mezzo di lire: nel 1996 lo stipendio mensile di un impiegato! Noleggiai un camion per trasporti eccezionali e una piattaforma area autocarrata. In seguito, grazie all’esperienza di un fabbro, posizionai una rotaia nel mio giardino e lì sistemai il Vagone 116. Seguì un accurato restauro. All’inizio, non mi sarei mai immaginato che potesse diventare una perfetta location per organizzare eventi culturali».

    Ma è vero che il Vagone 116 avrà una nuova compagna?

    «Ho già comprato un altro vagone, questa volta merci. Ora è parcheggiato vicino alla stazione ferroviaria di San Giovanni al Natisone. Quando lo metterò nel mio giardino, accanto al Vagone 116, ho l’intenzione di utilizzarlo come palco. In questo modo continuerò a dare spettacolo».

    Il destino, purtroppo, ha deciso diversamente.

    articolo apparso su iMagazine N. 62 maggio  – giugno 2016

    Michele Tomaselli

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