• Alessandro Chittaro e Valter Moretti – Lâ a tindi

    scritto il 2 ottobre 2016 da: Michele Tomaselli

    La ricostruzione post terremoto ha visto la graduale scomparsa di roccoli e bressane: impianti arborei per la pratica dell’uccellagione, attualmente vietata per legge. «Eppure – dichiarano due esperti – la situazione avifaunistica era meglio prima. Con meno pesticidi e inquinamento».

    2. Da sinistra Valter Moretti e Sandro ChittaroValter Moretti e Alessandro Chittaro (Foto di Michele Tomaselli)

    Nel 40esimo anniversario del Terremoto del Friuli vogliamo offrire una testimonianza della cultura friulana ante-sisma, legata alla miseria del passato e all’aucupio. Con quest’ultima denominazione s’indica la tecnica per catturare vivi gli uccelli tramite l’uso di trappole, reti, lacci, panie o vischio e, anche se oggi è proibita per legge, è stata un’attività molto diffusa nel secolo scorso, specialmente nella zona collinare e nella Bassa friulana.

    Dopo il sisma del 1976, la spinta della ricostruzione fu tale che questa regione schizzò in alto nelle classifiche dei consumi e del benessere. Lo slogan per la ricostruzione diventò “prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese”. Ma inevitabilmente molte cose cambiarono: il sisma spazzò via buona parte del patrimonio artistico, delle architetture spontanee, oltre a quel piccolo mondo antico fatto di tradizioni e usanze legate alla terra e alla lotta per la sopravvivenza. Iniziò il declino dell’uccellagione e l’abbandono dei principali impianti destinati all’aucupio, tra cui le bressane e i roccoli. Ne parliamo ad Ara di Tricesimo con Alessandro Chittaro, ex amministratore del Comune di Pagnacco, e Valter Moretti, presidente regionale dell’Associazione nazionale per le sagre e le fiere venatorie.

    1.tagliataBressana Pasc Armeline di Ara di Tricesimo, la più grande in Regione, di proprietà della famiglia Moretti.Bressane Pasc Armeline (Foto Igino Durisotti)

     Alessandro Chittaro, lei è un ambasciatore di friulanità nel mondo, un divulgatore dei tesori del territorio: ha vissuto i tragici avvenimenti del ’76, oltre ad aver combattuto tante battaglie, anche da amministratore, per la ricostruzione e il mantenimento del patrimonio esistente. Ci può spiegare esattamente che cosa sono i roccoli e le bressane e perché è importante parlarne?

    «I roccoli e le bressane sono degli impianti arborei del nostro territorio (ma anche diffusi in altre regioni) destinati alla pratica dell’aucupio. Dal 2003 non sono più utilizzati e, quei pochi ancora esistenti, rappresentano una traccia del Friuli scomparso. Inoltre ricoprono un ruolo strategico per l’osservazione dell’avifauna. Il loro utilizzo è andato gradualmente in disuso durante il passaggio dal mondo rurale alla civiltà moderna. Fino al 1976 erano largamente diffusi, ma la furia del terremoto ha distrutto ogni cosa. I roccoli e le bressane, così come la semplice uccellagione, servivano a contribuire al sostentamento dei villaggi. Sono un esempio straordinario del lavoro dell’uomo sulla natura e alcuni di essi hanno assunto l’aspetto di veri monumenti del verde. Con questi apprestamenti i nostri avi hanno saputo rispettare il paesaggio senza violarlo, contribuendo a definire l’identità di un luogo. Anche Pre Checo Placerean, il grande traduttore della Bibbia in friulano e meglio conosciuto come “il Martin Lutero della piccola Patria”, era un impenitente uccellatore».

     Dalle testimonianze riaffiora un passato in cui l’attenzione e la sensibilità nei confronti delle fasi della natura e delle sue risorse erano percepite come maggiori rispetto a oggi. Sembra un paradosso: davvero l’uccellagione rispettava questi equilibri?

    «I nostri antenati erano dei maestri a sfruttare gli equilibri della natura sapendo rispettare l’avifauna. Ricordo, infatti, che il Friuli dell’ante terremoto era a stretto contatto con la natura e che viveva la quotidianità senza quelle sofisticazioni ed enfatizzazioni di oggi. Quel mondo garantiva un equilibrio tra predatori e prede, oltre che il funzionamento degli ecosistemi. D’altra parte c’era una popolazione avifaunistica più ricca e ogni anno migliaia di uccelli migravano nelle nostre terre. Oggi non è più così e gli uccelli sono spariti, anche se l’aucupio non viene più praticato dal 2003. Di chi è la colpa? Sempre dell’uccellagione? No, in realtà sono i pesticidi, l’inquinamento e tutti quei prodotti usati oggi in agricoltura ad aver allontanato i nostri amici uccelli».

     Com’è nata la pratica dell’uccellagione?

    «Difficile dirlo. Alle origini, nel medioevo, i popolani e i contadini non potevano praticare la caccia maggiore (cervi, cinghiali, caprioli…) dacché era destinata esclusivamente ai nobili; di conseguenza per sfamarsi iniziarono a cacciare le prede più piccole, come per esempio il merlo, il tordo, il fringuello e l’usignolo. Così, i contadini e i boscaioli, che conoscevano i ritmi e i luoghi di frequentazioni dei volatili, cominciarono a costruire le trappole per catturarli. Nacque in questo modo l’aucupio, l’arte di catturare vivi gli uccelli. Poi, furono perfezionati i roccoli e le bressane. Questi ultimi venivano realizzati vicino alle rotte dei migratori. Ma si andava a caccia di uccelli (in friulano “lâ a tindi”) anche per mangiare un piatto di schidionata di uccelletti, accompagnati dalla polenta e dal buon refosco».

    5. Bressana Pasc Armeline di Ara di Tricesimo.Bressane Pasc Armeline (Foto Igino Durisotti)

     Si poteva uccellare nella Bassa friulana?

     «Sì, usando le prodine, una tipologia particolare di rete; era invece raro trovare roccoli e bressane. Il libro “Uccellagione, memorie di un costume perduto” di Doimo Frangipane riporta come luoghi per uccellare i villaggi di Joannis e Castello di Porpetto, rispettivamente possedimenti dei nobili Strassoldo-Soffumbergo e Frangipane. L’avifauna comprendeva sopratutto fringuelli, lugheri, zigali, dordine e orbi. Nell’area di Joannis, il clou delle catture si ebbe nel 1821 con 3.625 uccelli».

    Cavaliere Valter Moretti, da presidente regionale del sodalizio per le Sagre e le Fiere Venatorie è impegnato a riqualificare la figura dell’uccellatore, oltre che intrattenere i rapporti di protocollo con la Regione. Lei è inoltre proprietario della Bressana Pasc Armeline di Ara di Tricesimo, la più grande in Friuli…

    «È una delle più belle “architetture verdi” della regione. È un impianto arboreo che ha funzionato fino al 2003, quando è stato proibito l’aucupio, ed è frutto dell’ingegno dei nostri antenati; appartiene alla nostra famiglia da generazioni, esattamente dal 1940, e viene mantenuto attraverso due potature all’anno. Il perimetro è rilevante e ha dimensioni 63 x 20 metri, oltretutto è composto da un doppio filare di carpini bianchi. Lungo il corridoio, formato dai due filari (detti spalliere), veniva tirata la rete che, dopo il richiamo, garantiva la cattura degli uccelli. Mentre lo spazio chiuso dalle spalliere rappresenta la “piazza” che, nel lato a nord, fuori dal fianco, contiene il capanno. Lì l’uccellatore, ben nascosto, osservava gli uccelli e azionava la rete. Il fabbricato è piccolo ma ha ospitato una famiglia di terremotati».

     Che differenza c’è tra un roccolo e una bressana?

     «Si diversificano tra loro principalmente per la forma. I primi sono a pianta circolare ellissoidale, le seconde a pianta rettangolare».

     Quanti apprestamenti arborei si possono ancora trovare in regione?

    «Negli anni Ottanta esistevano grossomodo 1.200 impianti, tra roccoli e bressane. Oggi se ne contano solo 400. A Tricesimo ne esistevano 30 fino al ’90, mentre a Montenars 17. Proprio in questo luogo è ancora ben conservato il “leggendario” roccolo di Pre Checo Placerean, che è ritenuto uno dei migliori del Friuli, dacché la sua posizione consente d’intercettare più rotte migratorie».

     Sono previste forme di salvaguardia dagli strumenti urbanistici?

     «Tutti gli apprestamenti arborei esistenti sono tutelati dal Piano Paesaggistico Regionale; il riconoscimento ufficiale è confermato dal Decreto del Presidente della Giunta Regionale FVG 5 giugno 2000, n. 0182 e dalla Legge Regionale FVG 22 febbraio 2000, n. 2. La Regione concede sovvenzioni ad hoc per la manutenzione degli impianti. Tutte le strutture che ottengono il contributo vengono considerate d’interesse storico culturale ».

     Attualmente la leggi in vigore, a differenza di quanto avviene in altri Stati dell’Unione Europea, non permettono di praticare l’aucupio: come mai?

    «Il problema è che dopo tanti anni di impegno non è ancora stato possibile promuovere per tutti gli Stati membri una normativa rispondente alle direttive comunitarie in vigore».

     Siamo arrivati alla conclusione. Qual è il futuro per l’uccellagione in Friuli?

    «Recentemente grazie all’amico Alessandro Chittaro, a mio figlio Manuel, a Renato Zampa e altri diversi conoscenti, è stata organizzata una serata amicale presso l’Osteria “Sul Ronc” di Tarcento, avente tema “Uccellagione e verso degli uccelli canori”; lì, abbiamo riflettuto affinché questo patrimonio non venga perduto e possa essere giustamente valorizzato, anche grazie al supporto del Fondo Ambiente Italia (FAI) e del Touring Club Italiano (T.C.I.), senz’altro validi strumenti per la visibilità turistica. Inoltre già da tempo abbiamo avviato dei progetti con le scuole elementari di Tricesimo, Reana del Rojale e Cassacco, e con il F.A.I di Udine. Noi ci crediamo!»

    articolo apparso su iMagazine N. 63 luglio  – agosto 2016

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