• La Cordillera Huayhuash – Un’avventura a 5.000 metri

    scritto il 22 novembre 2016 da: Michele Tomaselli

    Sulle tracce di Joe Simpson. L’uomo che vinse la morte

    bambina al villaggio di Huayllapa

    bambina al villaggio di Huayllapa (foto di M. Tomaselli)

    Simon Yates  è uno scalatore inglese conosciuto per le vicende raccontate nel libro Touching the Void (La morte sospesa di Joe Simpson). Fu lui che tagliò la corda al compagno di scalata Joe Simpson durante la spedizione al Siula Grande (6.344 m) nella cordillera Huayhuash in Perù. La storia è nota: i due raggiunsero la cima aprendo una nuova via sulla parete ovest ma, scendendo per la cresta nord, lungo la via aperta dai primi salitori, incapparono in condizioni estreme tanto che Joe provato dalla fatica si ruppe una gamba. Malgrado la difficoltà, Simon tentò di portarlo in salvo calandolo lungo le pareti ghiacciate; tuttavia qualcosa andò storto e, dopo attimi di terrore, Simon si vide costretto a tagliare la corda alla quale era appeso l’amico. Joe riuscì comunque a sopravvivere e ritornare al campo.

    La comunità alpinistica ritiene quella di Simpson una grande prova di sopravvivenza, un’importante e quasi incredibile testimonianza di vittoria della vita sulla morte. Nel 2003 il regista premio Oscar Kevin MacDonald portò questa storia sul grande schermo realizzando un capolavoro dei film di montagna.

    Nonostante avessi letto diverse volte il libro, non avrei mai pensato di poter anch’io trovarmi al cospetto del Siula Grande!

    Poi, a luglio mi fu offerto di partecipare a una spedizione nella cordillera Huayhuash in Perù, toccando la Laguna Sarapococha al campo base di Joe Simpson.

    Attraversando la foresta di penitentes del ghiacciaio del Diablo Mudo

    La foresta di penitentes salendo al Diablo Mudo (5350 m) (foto M.Tomaselli)

    L’itinerario mi consentiva di compiere il periplo della Cordillera Huayhuash valicando valli e zone desertiche fino a conquistare la cima del  Diablo Mudo (5.350 m) dinnanzi al Siula Grande. Partecipando avrei potuto confrontarmi con la natura e vivere intense sensazioni di libertà, tra  lagune e passi ad oltre 5.000 m. Queste montagne sono diventate famose in Italia da quando, il 6 luglio del 1969, i Ragni di Lecco, guidati dal friulano Riccardo Cassin, allora sessantenne, raggiunsero il Nevado Jirishanca, (6126 m) fino allora mai salito, la vetta più alta della Cordillera Huayhuash, e la seconda cima del Perù.

    Il 6 agosto 2016 arriva il giorno della partenza! Levataccia, mi trovo in aeroporto a Milano Malpensa alle 7.30 della mattina. Con Francesca e Gianna, mie compagne di viaggio, devo prendere l’aereo delle 10.30. Al check-in riesco a imbarcare tutto l’armamentario, senza pagare il sovrapprezzo.  Ci vogliono quasi 8 ore per arrivare all’aeroporto di Newark-Liberty nel New Jersey, d’altra parte ci sono 6 ore di differenza di fuso orario con l’Italia. Arrivati a destinazione, ci dirigiamo a Manhattan, nel cuore di New York.

    In città tutto è costoso e perfino il Wi-Fi dell’albergo è a pagamento. Tuttavia ci troviamo in pieno centro a due passi dalla stazione di Penn Station. Alla sera facciamo una breve passeggiata fino a raggiungere Broadway, l’ampia Avenue di New York, sede di teatri e spettacoli viaggianti. Abbiamo fame ma siamo costretti a mangiare al Mc Donald visto che non troviamo altro. La ”grande mela” è straordinaria, con le sue strade trafficate, i marciapiedi brulicanti e i quartieri multietnici. Chiude il sipario lo spettacolo di luci riflesse sui grattacieli.

    Dalle Stelle alle Stalle … L’indomani atterriamo a Lima.  Ad attenderci troviamo il mitico Hans, il proprietario dell’agenzia che organizza il trek. Con un taxi sgangherato arriviamo alla stamberga di questa notte. È una topaia fatiscente ubicata nella periferia di Lima e frequentata da lucciole e clienti arrapati. È un via vai continuo di gente che va e viene. Ma finalmente riesco a prendere sonno!

    Il giorno successivo raggiungiamo la stazione degli autobus: la nostra meta è Huaraz, nelle Ande. Non è facile uscire dal centro, le strade sono intasate e il traffico non scorre. Lima è una città caotica di oltre 9 milioni di abitanti, abbastanza pericolosa per la presenza di borseggiatori.  Ci vogliono 8 ore di viaggio per arrivare a Huaraz, a 3.000 m., il luogo del trekking per eccellenza. In alta stagione le sue vie brulicano di centinaia di escursionisti di ritorno dai sentieri o in procinto di partire per una spedizione. Dai suoi tetti si vede la Cordillera Blanca e la cima dell’Huascarán (6.768 m.) la più alta montagna del Perù. Hans mi dice che l’ha salita diversi anni fa, e oggi si ritiene fortunato di essere sopravissuto perché è una montagna che non perdona e ogni anno miete numerose vittime.

    Michele Tomaselli al ghiacciaio Pastoruri

    Salendo al ghiacciaio Pastoruri

    Nei giorni successivi, per favorire l’acclimatamento alle quote più elevate, raggiungiamo la Laguna di Llanganuco, a 3900 m., alle pendici dell’Huascarán. Un posto davvero magnifico grazie ai colori turchesi dell’acqua e ai boschi di queñual. Proseguiamo in auto fino al ghiacciaio Pastoruri a ben 5.000 metri di altitudine. Quest’ultimo è in fase avanzata di ritiro e oggi rischia addirittura di scomparire. Intanto, per combattere il mal di montagna, beviamo il mate de coca, un infuso a base di foglie di coca che magicamente ci fa sparire il mal di testa. Ritornando a valle intravediamo la Puya Raimondi, chiamata anche regina delle Ande, la più grande pianta della famiglia delle Bromeliaceae, endemica delle Ande, che può raggiungere i 10 m. di altezza e che prese il nome dall’esploratore italiano Antonio Raimondi.

    Continuando il tour arriviamo a Yungay. Questo grazioso villaggio era stato distrutto da una valanga scesa dall’Huascarán, in conseguenza del terremoto del 1970. Guardandoci attorno ci sembra impossibile che sia stato cancellato dalla forza della natura. Eppure i segni della catastrofe ci sono tutti: il Camposanto, memoriale  per le 25.000 vittime della valanga, ci racconta la storia di Yungay, cittadina morta e risorta dalle proprie ceneri.

    L’indomani, dopo aver approfittato dell’ultima doccia calda – da adesso in poi sarà impossibile lavarsi per dodici giorni – iniziamo l’avvicinamento alla cordillera Huayhuash. Lungo una strada sterrata a strapiombo su Rio Llmac scendiamo in auto dentro una gola strettissima fino ad arrivare a Llmac, un piccolo villaggio dove si paga dazio per il parco. Qui incontriamo la nostra squadra: Victor, una guida italo-peruviana che ci accompagnerà durante il trekking, e l’arriero (mulattiere) Persie, al comando dei quadrupedi per il trasporto viveri. Proseguiamo per Pocpa (3.700 m.) dove montiamo le tende. Intanto nel paese tutti fanno bisboccia e bevono fiumi di birra.

    Victor mi racconta che ci troviamo sul Cammino Reale, la strada dell’impero Inca, lunga 20.000 km, che anticamente metteva in comunicazione diverse città del Sudamerica, e ancora oggi nasconde segreti e tesori. Per esempio, nel 2013 fu ritrovato dell’oro nei pressi della miniera di Pallca (tappa di domani), poi sottratto da un prete, mentre altre volte fu rinvenuto grazie ad alcuni bagliori riflessi sulle montagne. Storie che hanno dato origine a racconti popolari come quello dell’angelo-alieno custode d’immense ricchezze. Così, riflettendo capisci che quando c’è di mezzo l’oro occorre procedere… con i piedi di piombo.

    Arriviamo al primo giorno di trekking. È una giornata fredda con molto vento. La tappa è monotona e non offre grandi scorci, si snoda lungo una strada bianca con innumerevoli tornanti fino ad arrivare a Pallca dove si estraevano alcuni metalli tra cui l’oro, l’argento, il rame e lo zinco.  Victor mi racconta che la miniera è stata chiusa recentemente a causa dell’inquinamento. Verso l’ora di pranzo siamo al campo di Quartelhuain (4170 m.). Persie ha già montato le tende e ci  rifocilla con dell’ottima minestra. Finalmente escono dalle nuvole alcune cime della cordillera Huayhuash tra cui: il Rondoy (5870 m), il Ninashanca (5607 m), lo Jirishanca (6094 m) e lo Yerupaja piccolo.

    Ormai siamo entrati nel vivo del viaggio: il programma odierno prevede di arrivare alla laguna Mitucocha (4225 m.) nel cuore dell’Huayhuash. Ci svegliamo con il campo imbiancato di neve e la tenda talmente ghiacciata da impedirci di aprire le zip.  La salita al passo Cacanan è impegnativa a causa della quota e delle difficoltà connesse alla respirazione.  Ma a rigenerarci è la planata del gigante dei cieli: il condor, che osserviamo dileguarsi nei meandri infiniti dell’aria. Subito dopo iniziamo la discesa verso il fiume. Victor decide di proseguire sulla variante di sinistra per arrivare alle sorgenti di acqua calda dove beneficiamo di un pediluvio rigenerante. D’un tratto appare ai nostri occhi il Siula Grande (6344 m.) la montagna che vide le gesta di Joe Simpson e Simon Yates. Davvero un grande spettacolo! Arrivati al campo ci infiliamo nei sacchi a pelo e aspettiamo la cena.

    Al terzo giorno del trekking saliamo al passo Carhuac e, complice il bel tempo, ci godiamo il panorama sulla cordillera Huayhuash. Mentre scendiamo sulle rive del lago Carhuacocha osserviamo un gruppo di viscaccie (mammiferi roditori) spostarsi verso alcune impronte fossili di ammoniti. Il campo di quest’oggi è magnifico e le montagne si specchiano nel lago creando un effetto mozzafiato. Nel quarto giorno compiamo un giro molto faticoso attraverso le lagune Gangrajanc, Siula e Quesilococha, fino a valicare il passo Siula a 4.900 metri dove, grazie a uno strano gioco della natura, vediamo le 3 lagune in successione.  Più tardi cominciamo a scendere verso il campo di Huayhuash sotto il peso della grandine. La tappa del quinto giorno è breve con un ambiente diverso da quello dei giorni precedenti; arrivare al passo Portachuelo è semplice ma Gianna è affaticata e non riesce a salire a cavallo. Ha il mal di montagna, tossisce in continuazione e ha bisogno di essere accompagnata a quote più basse, ma purtroppo siamo senza telefono satellitare e Cajatambo, il paese più vicino, dista ben 30 chilometri. In questa situazione ci rendiamo conto che sarà difficile chiedere aiuto. Ma, a sorpresa Victor decide di scendere a Cajatambo certo che domani mattina sarebbe arrivato al campo con un’automobile, così da portare Gianna a valle. Rassicurato dalla sue parole non mi resta che tuffarmi nelle pozze termali di Viconga. L’acqua è calda, e io sono immerso fino al collo. Nuotare a 4.200 metri è una strana sensazione!

    Il versante sud del Diablo Mudo

    Il Diablo Mudo (5350 m) (foto di M.Tomaselli)

    All’alba dell’indomani vedo spuntare Victor dalla brughiera. Ce l’ha fatta … È riuscito a scovare un mezzo e portarlo qui vicino. Così, dopo aver fatto colazione, carichiamo Gianna sul cavallo e ci dirigiamo all’automobile. È triste vederla andar via ma ha assoluto bisogno di scendere più in basso.  Ritornati alle tende saliamo al passo Cuyoc a 5.000 metri. Il sentiero è ripido e impegnativo ma offre scorci a 360 gradi sulle Cordillere Raura e Huyhuash e in particolare sul Diablo Mudo (5.350 m): il nostro prossimo obiettivo! Nel frattempo la discesa mette a dura prova le nostre orecchie, assordate dallo scampanellio di centinaia di mucche presenti al pascolo. Nel pomeriggio arriviamo a Huanacpatay e accampiamo vicino ad una roccia a forma di elefante. Il giorno dopo saliamo al Mirador S. Antonio a un’altitudine di 5.000 metri; sulla sua sommità il panorama è interminabile e sembra quasi di toccare il cielo, l’aria è frizzante e le nuvole passano talmente veloci da farci sembrare immobili. In discesa assistiamo ad uno spettacolo grandioso dirimpetto ai ghiacciai del Siula Grande e del Nevado Yerupaja. Dopo pranzo m’inoltro a cavallo nella valle di Sarapococha, per giungere al campo di Joe Simpson, ai piedi del Sarapo (6127 m). Dopo un tratto iniziale piuttosto ripido entro in una valle selvaggia fino a pervenire alla pietra che ricorda la spedizione. Nell’ottavo giorno del trekking approdiamo a Huayllapa: il villaggio è grazioso e ci dà l’opportunità di incontrare il popolo quechua. Prima di affrontare la faticaccia dell’indomani (2.000 m. di dislivello) e l’ascensione al Diablo Mudo, decido di andare a dormire in un letto come si deve nell’alberghetto del paese. Potrò così caricare “le batterie” dopo tanti giorni di supplizio in tenda.  La cura del sonno funziona e al nono giorno mi trovo in condizione fisica smagliante e riesco a distanziare tutti gli altri mentre salgo al Passo Tapush (4.750 m.)

    In discesa, lungo le rive del lago di Gashapampa, osservo il ghiacciaio e la via di scalata che ci impegnerà durante la notte. Più tardi, giunti al campo, andiamo a dormire presto obbligati dalla levataccia prevista nel cuore della notte. Però non riesco a prendere sonno e il freddo mi penetra nelle ossa, di conseguenza la sveglia delle 2.00 mi sembra una liberazione! Così, muniti di pila frontale, partiamo in fila indiana verso il ghiacciaio. Qui ci leghiamo e cominciamo a salire in conserva con l’uso di piccozza e ramponi. Il freddo si fa sentire ma anche la fatica, specialmente al di sopra dei 5.000 metri, quando dobbiamo superare i primi penitentes. Queste meraviglie gelate, alte anche due metri, assomigliano a strane lance e a figure incappucciate, ma ci rendono l’avanzata un inferno.  A rigenerarci è  la magia dell’alba che illumina, a poco a poco, le montagne della Cordillera Huyhuash. Finalmente, dopo 9 ore di scalata, siamo sulla vetta del Diablo Mudo a 5.350 metri. Ce l’abbiamo fatta … Ci abbracciamo e urliamo di gioia,  ma i nostri pensieri vanno ai nostri cari e agli amici che non ci sono più.  E poi, non bisogna cantare vittoria troppo presto: abbiamo ancora d’affrontare la lunghissima discesa per la laguna Jahuacocha, alla fine del nostro viaggio.

    Prima di imbarcarmi per l’Italia, ho comunque ancora del tempo per provare la pachamanca: il piatto tipico andino preparato con carne di agnello, manzo e capra e cucinato sotto terra.

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