• Peter Wild – Un inglese tra le montagne

    scritto il 24 gennaio 2017 da: Michele Tomaselli

    Un ingegnere del Sussex stregato dal caratteristico borgo di Patocco, nel comune di Chiusaforte. Che nemmeno la furia di un incendio lo ha convinto ad abbandonare

    Arrivarci in auto è quasi un’impresa, ma Patocco è un borgo che ti conquista al primo sguardo, adagiato sotto le pareti del Monte Cimone e circondato da boschi di faggio e abeti. In primavera è avvolto da una coltre di soffice bruma e i vicoli profumano di legna bruciata. Per chi sale in auto dalla frazione di Chiout Michel, rimane invisibile fino all’ultima curva di strada, poi si svela poco a poco. Sembra un’isola sospesa a mezz’aria tra le montagne, una “città incantata” come quella descritta dal regista Hayao Miyazaki nel suo omonimo film, poi Premio Oscar. La borgata è composta da vecchie case in pietra, oramai quasi tutte ristrutturate, una chiesa con una torre campanaria e variegate fioriture. Settant’anni fa era popolata da centotrenta persone e teneva perfino una scuola, malgrado oggi abbia perso il suo ultimo residente, Giancarlo Della Mea. Nonostante la vicinanza col polo sciistico di Sella Nevea, sono pochi i turisti che si spingono fin quassù, da quando un incendio sul Monte Jovet sfiorò l’abitato, costringendo gli abitanti a evacuare. In inverno, poi, la strada è coperta da metri di neve. Ma Patocco sembra risorto a nuova vita grazie ad alcuni artisti e intellettuali di mezza Europa che l’hanno scelto per vivere meglio.

    È il caso di Peter Wild, inglese di 55 anni,  che dal 1996 ci trascorre diversi mesi all’anno; un amore a prima vista, scoccato oltre trent’anni fa, e oggi sempre più forte grazie alla connessione a internet che gli consente di gestire in loco la sua azienda in Thailandia.

    Peter Wild (foto M.Tomaselli)

    Peter, lei è un ingegnere specializzato in elettronica e in telecomunicazioni originario del Sussex, una contea storica dell’Inghilterra meridionale. La sua scelta di vivere a Patocco è quantomeno singolare: quando ha scoperto le nostre montagne? «Nel 1979, da studente, arrivai in Val Raccolana per trascorrere una settimana bianca. Allora Sella Nevea era una stazione pioniera dello sci alpino che, da pochi anni, aveva inaugurato la funivia del Canin e la sciovia a valle. La neve in quota arrivava a raggiungere anche i sei metri. La moderna località tagliava strisce e strisce di piste e dopo ogni nevicata brulicava di bella gente e amanti dello slalom. Arrivai quassù dacché in Inghilterra non avevamo grandi opportunità per sciare, il caso poi ha voluto che mi trovassi bene con i friulani: gente forte e decisa che stava vivendo sulla propria pelle il dramma del terremoto. Di quella Sella Nevea mi ricordo l’hotel Nevea, la baita da Tarcisio ma soprattutto la mitica discoteca dei tanti incontri. Tuttavia Patocco lo scoprii molti anni più tardi…»

    Un ritorno scritto nel destino. «Quella breve vacanza mi aveva elettrizzato, così appena terminato le scuole superiori decisi di ritornare in Val Raccolana. Vi rimasi per sei mesi. L’anno dopo rientrai in Inghilterra per frequentare la facoltà d’Ingegneria a Newcastle, malgrado ogni estate ritornassi nelle vostre montagne. E così, una volta divenuto ingegnere, mi trasferii in Friuli. Per sbarcare il lunario facevo quello che mi capitava: il disc jockey alla discoteca Top Sound di Sella Nevea o il manovale di una fornace a Villesse. E mentre acquisivo esperienza nel mondo del lavoro avviavo la mia azienda in Inghilterra. Un passo abbastanza lungo, ma dettato dalla mia passione per l’elettronica. La società offriva consulenze nello sviluppo hardware e software. Avevo clienti sparsi in tutto il mondo e viaggiavo tra America, Taiwan, Corea e Giappone. Ma il mio Eden era sempre la Val Raccolana e quando potevo ci ritornavo».

    Fino a vent’anni fa la strada per Patocco terminava a Chiout Michel, poi bisognava proseguire a piedi. Lei quando ci è arrivato? «Negli anni Ottanta quando una ragazza di Chiout Michel me ne parlò. Così, spinto dalla curiosità lo visitai. Fu amore a prima vista… Poi, nel 1997, chiusa la mia ditta in Inghilterra, comprai una vecchia casa che un po’ alla volta oggi sto ristrutturando».

    Durante gli inverni lei si trasferisce in Thailandia, dove gestisce una piccola azienda di elettronica. Il “cavallo di battaglia” di Patocco a suo avviso qual è? «T’insegna ad apprezzare il silenzio e a ritrovare una tua dimensione… Amo questo silenzio, così difficile da trovare nella vita di tutti i giorni. Qui tutto scorre lento e hai modo di riflettere su tante cose, in più riesco a lavorare con tranquillità e a beneficiare dell’ambiente. Sono circondato da una vallata rigogliosa con boschi che profumano di pino, cime innevate che salutano il sole e abbondanti fioriture. A differenza di quanto accade nelle altre borgate qui ci troviamo nel paese del sole».

    Patocco è anche “la città incantata” di Pedro Odraska, un artista cecoslovacco scappato da Praga durante la rivolta del 1968 contro i sovietici… «La sua abitazione è contigua alla mia, ma ultimante ci viene solo d’estate, perché vive a Parigi con la moglie. Da quanto so Pedro è arrivato in Friuli nel 1976, per dare manforte ai terremotati. Anche lui è arrivato quassù per caso e all’istante si è invaghito della borgata. Qualcuno gli offrì le chiavi di quella che molti anni dopo, pare per usucapione, diventò la sua casa. Ogni Ferragosto organizza una grigliata a cui partecipano più di 100 persone».

    Nel 2013 un incendio di grandi proporzioni mise a rischio i boschi della Val Raccolana. Si dice che un comandante non abbandona mai la nave, così Peter Wild non lasciò Patocco quando il fuoco lambì l’abitato… «Io sono nato vicino al mare (ride, ndr)… Il fuoco divampò per tre settimane sul Monte Jovet prima di attraversare Rio Chiout Cali e spostarsi sui fianchi settentrionali della Val Raccolana. Furono distrutti quasi 1.000 ettari di foresta: ricordo ancora che sabato 3 agosto quelle lingue di fuoco facevano davvero paura ed erano vicine alle nostre case. Gli uomini del Corpo forestale, della Protezione civile e dei Vigili del Fuoco piombarono quassù per convincermi a lasciare il paese, ma io decisi di rimanere. Volevo essere sicuro che Patocco non corresse alcun pericolo».

    il borgo (foto M.Tomaselli)

    Qual è il periodo migliore per vistare Patocco? «In estate. Suggerisco la seconda domenica di luglio nella ricorrenza del patrono, ma anche durante l’autunno, una stagione magica con i suoi colori caldi e i suoi profumi intensi».

    La polenta è il piatto che le ha dato il benvenuto in Italia, ma tra il Merlot friulano e lo Scotch della sua amata Inghilterra chi vince? «La birra… Un piacere intenso, soprattutto se bevuta con moderazione».

    Siamo arrivati alla fine. Peter, che dono vorrebbe ricevere la Val Raccolana, ma anche Patocco, nell’anno nuovo? «Senz’altro il ritorno del Giro d’Italia con uscite nelle vicine “cugine“ Carinzia e Slovenia. Nel 2013 abbiamo avuto modo di ospitare un finale di tappa che ha emozionato gli animi delle due ruote. Per la prossima occasione mi auguro che possano essere migliorate le attrezzature e le infrastrutture dell’ Altipiano del Montasio, la nostra carta vincente, anche con il recupero della viabilità rurale».

    A tal proposito l’architetto friulano Roberto Pirzio Biroli ha suggerito all’Amministrazione comunale del sindaco Fuccaro di applicare delle pavimentazioni naturali in terra stabilizzata (tipo Glorit) delimitate da recinti di legno, per la sistemazione dei parcheggi. «Come ultimo desiderio mi accontenterei che la strada per Patocco venga sempre ripulita dalla neve».

    Note

    Si ringrazia il perito Alessandro Chittaro, il perito Gerry Martina, Giancarlo Della Mea con consorte e i valligiani

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