• Yemen – Un salto nel medioevo

    scritto il 10 marzo 2017 da: Michele Tomaselli

    Attualmente è una delle aree più pericolose al mondo. Eppure, prima dello scoppio del conflitto, offriva ai turisti meraviglie dalla storia millenaria. Che anche Pasolini, attraverso la macchina da presa, ha cercato di salvaguardare.

    Girando per i suq di San’a

    Le prime pagine dei giornali se ne occupano solo occasionalmente, ma dal 25 marzo 2015 è in atto una guerra sanguinaria nella quale gli aerei dell’Arabia Saudita bombardano Sana’a, la capitale dello Yemen. Uno scenario che finora ha mietuto migliaia di vittime. I dati riportano più di 7.300 morti, 39.000 feriti, 2,5 milioni di sfollati tra cui migliaia di bambini. Un Paese pesantemente martoriato e nel quale tutte le autorità occidentali invitano a non recarsi in viaggio per la pericolosità della situazione (un paio di mesi dopo la mia dipartita due turisti del mio stesso tour operator furono sequestrati). Ecco perché, pensare che quanto ho visto coi miei occhi qualche anno addietro non esiste più, mi spezza il cuore. Condividere uno dei viaggi più belli della mia vita, vuole essere un segno di speranza per il futuro di questo Paese: per non scordare mai come fosse prima che la violenza prendesse il sopravvento.

    Dal taccuino di viaggio

    Dal finestrino del Boeing 747 vedo per la prima volta San’a: l’antica capitale dell’Arabia Felix e la terra della regina Saba, la donna che mise alla prova Salomone, il terzo re d’Israele. Tra miti e realtà, l’antico testo Gloria dei Re, di Kebra Nagast, riporta che ella, venuta a conoscenza della fama di Salomone, si recò a Gerusalemme per conoscerne la saggezza, finché al suo ritorno in Patria portò un nuovo Dio e in grembo un bimbo, Bayna-Lehekem, il quale una volta cresciuto si recò nella Città Santa scoprendo di essere il figlio di re Salomone. All’epilogo il figlio della regina Saba tornò tra la sua gente con la preziosa Arca dell’Alleanza, il simbolo del legame privilegiato di Dio col suo popolo, e salì sul trono del Regno d’Etiopia con il nome di Menelik I. Mentre l’aereo si abbassa per la fase di atterraggio, ammiro strane case a torre vicine a un cinta muraria che abbraccia gran parte della città. L’impressione suggestiva è quella di volare sul Medioevo… Lo Yemen è un Paese vecchio quanto il tempo, come racconta Marco Polo nel suo Milione. I suoi abitanti venivano chiamati Sabei ed erano abili commercianti di incenso e mirra, e soprattutto i pionieri delle vie carovaniere verso Petra e Gaza. Subito dopo lo sbarco, alla dogana i funzionari frugano ovunque nella mia valigia alla ricerca di quanto vieta il Corano, ma non trovando nulla me la riconsegnano aperta. Fuori dall’aeroporto incontriamo Abdullah, l’autista che ci guiderà durante il tour e, prima di accompagnarci in città, ci illustra le regole di guida yemenite. È un codice della strada piuttosto variegato dove vince sempre il più forte e se un pedone non si sposta dalla strada è peggio per lui(!). Dopo una quindicina di chilometri arriviamo a San’a ed entriamo nella città vecchia. Moravia la descrisse come “una Venezia che affonda nella sabbia”. Aveva perfettamente ragione, i segni del degrado sono ovunque. Nel 1984 l’Unesco ha lanciato un appello per salvarla, considerandola patrimonio insostituibile dell’umanità. Pier Paolo Pasolini, che nel 1973 vi girò Il fiore delle Mille e una notte, ne rimase ammaliato al punto di non esitare a lanciare un accorato monito, sotto forma di documentario, per salvaguardarla. Io la trovo un trionfo di architettura, una grande città, un labirinto di vicoli stretti e polverosi dove è bello girare senza una meta precisa, gustando il piacere della scoperta. All’interno ci si può fermare per ore a guardare uomini col turbante e gonnellino muniti di jambiya (il pugnale con una lama ricurva inserito in un fodero) o addirittura di kalashnikov, oppure intravedere donne velate di nero o di rosso, così coperte che non capisci da che parte ti guardino. Abdullah mi tranquillizza e mi spiega che per gli yemeniti l’uso delle armi è un fatto di costume profondamente radicato. L’impianto urbanistico è quello della città medioevale, sormontata da torri e mura del XII secolo. L’accesso avviene oltrepassando otto porte, aperte dalle sei del mattino alle sei di sera. Nei secoli gli abitanti di San’a hanno adottato misure di sicurezza per tutelare la propria incolumità; una delle tante obbligava gli stranieri a entrare da un’unica porta, sempre chiusa.

    Barrakesh, una città morta

    Per farsela aprire era necessario tirare una corda e fornire opportune credenziali: solo a quel punto il governatore ordinava di spalancare il cancello. Ci sistemiamo nel nostro alberghetto che qui si chiama funduk. All’interno scopro che le abitazioni yemenite non sono arredate, i tavoli non esistono e ci si siede a terra su cuscini e tappeti. Decido di andare a visitare un museo e di colpo mi accorgo quanto sia impegnativo attraversare la città: bisogna guardare dove mettere i piedi, perché le strade sono zeppe di buche e di cani randagi. All’indomani lasciamo San’a e seguiamo la via per Marib, l’antica capitale dell’Arabia Felix.  Il tracciato è una lunga strada di circa 200 chilometri in mezzo al deserto. Viaggiamo su una comoda vettura, Abdullah mi racconta che a lato della strada sono stati scoperti dei giacimenti petroliferi e che l’economia del Paese ruota attorno alla coltivazione del qat, un arbusto le cui foglie vengono consumate come una droga leggera e di cui almeno metà della popolazione è dipendente. Si tratta di una pianta che contiene principi simili all’anfetamina e che agisce, quando masticata, come uno stimolante sulla mente e sul corpo. Maciullata per ore forma una poltiglia verdastra che deforma guance e viso. Oggi le coltivazioni del qat hanno sostituito le piantagioni di caffè e ogni città ha degli spazi per la vendita. Il rito solitamente comincia dopo pranzo, quando le foglie arrivano dalle campagne e finiscono sulle bancarelle. Nel giro di qualche ora, un’intera nazione mastica, sputa e gira con guance rigonfie. La sensazione di essere tornati nel Medioevo la trasmette anche l’applicazione più rigida della sharia, la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente (per intenderci: se ti uccidono un figlio, hai di ritto di replicare ammazzando il figlio dell’assassino; se vieni accoltellato da un delinquente, ti è concesso di piantargli un pugnale…). È una forma – primitiva – di diritto, che risale al Codice di Hammurabi, una delle più antiche raccolta di leggi scritte dell’umanità. Nel frattempo entriamo nel deserto: il caldo è insopportabile, una deviazione del percorso ci permette di visitare la città morta di Barrakesh, una rocca alta una trentina di metri. Da fuori l’aspetto è imponente, ma l’interno è un cimitero di rovine, tanto che risulta impossibile trovare un angolo riparato dal sole. Tuttavia troviamo qualcosa in vita: gli abitanti del vicino villaggio che ci danno modo di entrare. Riprendiamo la tappa; d’un tratto appare come un miraggio Ma’rib, l’antica capitale del Regno di Saba, oggi un cumulo di rovine. La città vecchia (Arsh Bilqis) ha l’impronta di Kasbah, la tipica architettura araba; all’interno la guida ci consiglia di non allontanarci per evitare situazioni fuori controllo: negli ultimi tempi ci sono stati dei rapimenti. Osserviamo la vecchia diga. Dell’impianto originario (dalle dimensioni di 580 metri di larghezza e 4 metri di altezza), risalente al VII secolo d.C., rimane solo una chiusa. Tuttavia, nel 1986 è stato creato un invaso sul fiume Dhana per ridare vita alla valle. Proseguiamo la visita al tempio del trono di Bilqis (regina Saba) ma, senza accorgermene, è già arrivata l’ora del pranzo. Entriamo in un ristorante, la prima impressione è sgradevole. Un cumulo di sporcizia sprigiona un olezzo insopportabile; la temperatura è torrida. Ci sdraiamo sul pavimento e scopriamo che i giornali sopperiscono all’assenza di tovaglie e le mani rimediano alla mancanza di posate. Consumiamo del pollo alla brace e un intruglio che non so definire. Vorrei ordinare una birra ma l’Islam me lo proibisce. Sulla strada del ritorno ci fermiamo al paesello di Nait, un gioiello di architettura yemenita, con un’importante moschea. Al suo interno beneficiamo dell’ombra e incontriamo dei bambini che ci riempiono di gioia. Rientriamo nella capitale, visitiamo con curiosità i suq di uva sultanina, pietre preziose, oro e stoffe. Gironzolando tra i mercati si ha l’impressione di aver viaggiato indietro nel tempo a quasi 3.000 anni fa, nell’Arabia Felix. La strada verso la modernità non sembra mai essere stata intrapresa, nemmeno il 22 maggio 1990, quando si costituì la Repubblica unita dello Yemen, sulle ceneri dei dissolti stati dello Yemen del Nord (già Repubblica araba dal 1962) e Yemen del Sud (già protettorato britannico, indipendente dal 1967 e Repubblica democratica popolare dal 1970). È un salto indietro nel tempo anche per lo scenario da mille e una notte. Non ci resta che aspettare l’arrivo del tramonto: la luce del cielo è tenue ma ci regala bagliori emozionanti sul caravanserraglio e sulla moschea. All’indomani ci muoviamo verso Amran. La direzione è Shaharah, il “nido delle aquile”, un paesino abbarbicato sulle pendici di due montagne, uno dei villaggi fortificati più spettacolari dello Yemen. Appena usciti dalla capitale ci viene affidata la scorta armata: è una jeep munita di mitragliatrice con sei uomini di equipaggio. C’informano che è una misura di sicurezza contro i pericolosi terroristi. Da questo momento siamo vittime di una girandola di contrattempi, un’odissea senza fine che si conclude con un principio d’incendio nel vano motore. Tuttavia siamo fortunati e riusciamo ad arrivare a Al Gabai, antico centro commerciale. Qui cambiamo il veicolo e procediamo a bordo di un pick-up. È un mezzo speciale adatto a percorrere la terribile pista verso Shaharah. Questa strada è allucinante, piena di precipizi, con l’impressione costante di cadere nel vuoto. All’autista serve concentra zione per condurre il veicolo, la salita è molto stretta e le ruote danno direttamente sul burrone. A Shaharah, ex residenza segreta dell’Imam, troviamo ospitalità in un fonduq. All’interno il servizio igienico non è altro che un minuscolo buco sopra un terrazzino, ma al contrario la cena è spettacolare. Passiamo la notte in bianco e, alle 6.30, ci alziamo per vedere l’alba. Al crepuscolo Shaharah è immersa in una nebbia fitta e sembra quasi un presepio. Proseguiamo per l’ardito ponte a una sola arcata del XVII secolo e incontriamo una donna yemenita che indossa il niqab. A noi sembra un fantasma. L’indomani percorriamo la pista che conduce a Kawkabahn, a quasi 3000 metri d’altitudine. La fortezza è una città spettrale: le case rimaste in piedi sono poche. Godiamo di una vista sterminata sugli altopiani, sulla città di Thula e sul Jabalan – Nabi Shu’Ayb (3400 metri), la vetta più alta dello Yemen. La roccaforte aveva la scopo di difendere la vicina cittadina di Shibam dalle scorribande nemiche. Così non ci resta che scendere a questo paesello e visitare la sua antichissima moschea. Il giorno dopo ci svegliamo con la preghiera del muezzin e l’«Allah u akbar» («Dio è il più grande»). Raggiungiamo Zabid, un piccolo villaggio rimasto fermo in chissà quale epoca, dove le mandrie vivono libere per le strade e l’asfalto non ha ancora sostituito la sabbia. In mezzo a questo dedalo di polvere e costruzioni bianche si trova quella che fu la casa di Pier Paolo Pasolini. Zabid, nel suo massimo splendore, contava ben 236 moschee (oggi in gran parte distrutte) e decine di scuole coraniche. Inoltre qui s’insegnava un sistema matematico chiamato alJabr, cioè algebra. Si narra infatti che questa parola sia stata coniata da uno studioso del luogo, Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, matematico e astrologo persiano. Il giorno successivo svoltiamo in direzione di Khawkha, piccolo villaggio di pescatori sulla costa meridionale del Mar Rosso. Il clima è molto umido, al limite della sopportazione. Troviamo rimedio passeggiando lungo una spiaggia di sabbia bianca e divorando del pescato. Nella mattinata successiva ci dirigiamo verso nord, in una zona di palmizi circondata dalla barriera corallina. Qui il clima è dolce e ventilato, così decidiamo di solcare il mare con alcune piroghe, mentre più tardi ci dedichiamo alla ricerca dei coralli. La nostra esperienza sta per concludersi. L’ottavo giorno ci trasferiamo ad Aden, il capoluogo del governatorato di Adan. Questa capitale è stata eretta sul cratere di un vulcano spento ed è costituita dall’assembramento di antichi villaggi che si affacciano sull’omonimo golfo dell’Oceano Indiano; è una città moderna sotto l’influsso europeo. Soggiorniamo al prestigioso Hotel International, intestato alla famiglia bin Laden. I proprietari sono molto conosciuti anche nello Yemen, specialmente per i natali del capostipite Mohammed bin Laden, padre dello storico capo di Al Qaeda, nato agli inizi del XX secolo ad Hadramawt, proprio nelle vicinanze di Aden. Prima di abbandonare lo Yemen abbiamo ancora il tempo per visitare la moschea di “Al Janud” – considerata, assieme alla Grande Moschea di San’a e a quella di Shibam, la più antica del Paese –, Shibla, un’altra ex capitale, dove soggiornò la leggendaria regina Arwa e la bellissima fortezza di Wadi Dahr.

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