• ALBANIA, MONTENEGRO E KOSOVO

    scritto il 13 Novembre 2019 da: Michele Tomaselli

    I GIOIELLI DEI BALCANI 

    Vent’anni fa il Patto di Kumanovo mise fine a un conflitto destinato a modificare la geografia politica di un’area in perenne escandescenza. Ma ricca di meraviglie naturali dalla bellezza straordinaria.

    Destinazione il cuore dei Balcani per scoprire storie e culture diverse di due dei tre Stati più giovani al mondo, il Montenegro e il Kosovo, nazioni nate dopo l’implosione della ex Jugoslavia, senza però far mancare una visita al Paese delle Aquile, l’Albania: una terra per lungo tempo chiusa agli stranieri. Un viaggio per attraversare alcuni luoghi che furono teatro di feroci combattimenti, in particolare le zone contese tra serbi e kosovari durante la guerra del Kosovo, combattuta tra il 1996 e il 1999. Un conflitto cessato grazie al Patto di Kumanovo, dopo i violenti bombardamenti delle forze NATO su Belgrado. Conseguenza che portò il Kosovo a staccarsi unilateralmente dalla Repubblica di Serbia e a dichiararsi poi indipendente nel 2008, sull’esempio del Montenegro che, già nel 2006, dopo un referendum, si era autoproclamato autonomo dall’Unione delle Repubbliche di Serbia e Montenegro, facendo così naufragare il progetto di Slobodan Milošević di costituire una Grande Serbia.

    piazza Scanderberg a Tirana, che prende il nome dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderberg.

    Tuttavia la Serbia e altri Stati membri dell’ONU non hanno mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo tanto che oggi continuano a verificarsi tensioni tra la popolazione albanese e la minoranza serba per la ridefinizione dei confini. Malgrado il clima politico, questi luoghi si rivelano mete affascinanti grazie all’influsso culturale delle varie religioni che nei secoli hanno mutato stili e rapporti sociali. Sono territori di grande e selvaggia bellezza che racchiudono scenari unici, fatti di montagne impervie e fiumi primitivi; quasi come quelli descritti dallo scrittore Ivo Andrić più di settant’anni fa. Addentrarsi significa godere di paesaggi incontaminati, non toccati dal turismo di massa. Oltretutto gli appassionati del trekking potranno godere di un paradiso per compiere magnifiche escursioni: in particolare a nord di Scutari, non lontano dal confine con il Kosovo e con il Montenegro dove si trova la Valle di Valbona, che include decine di chilometri di percorsi per ogni grado di preparazione. Un ambiente dove si trovano abbarbicati villaggi alpini, quasi sperduti in mezzo al niente.

    Dal diario di viaggio

    È da tempo che voglio visitare le montagne di confine dell’Albania. Mi incuriosiscono queste guglie anche dopo aver letto una rivista inglese che le indica come una meta ambita per fare trekking. Prendo un volo per Tirana, ma nella capitale vado incontro ai primi intoppi… Noleggiare un’auto senza farsi fregare sembra facile, invece provo sulla mia pelle cosa voglia dire appoggiarsi a un autonoleggio low cost. Un vero percorso a ostacoli con costi aggiuntivi: la cauzione raddoppiata, strani calcoli sul carburante, imposizione di polizze accessorie spacciate per obbligatorie… Ma la Dea Bendata fortunosamente mi viene in soccorso, perché al momento del pagamento il plafond della carta di credito non garantisce la cauzione richiesta, così l’operatore per non perdere il noleggio oramai certo mi propone di ritirare l’auto con condizioni molto più favorevoli. Visitare Tirana è un buon modo per iniziare a scoprire i Balcani e anche per conoscere la storia di Enver Hoxha, dittatore violento e truce che privò il popolo albanese di ogni forma di libertà, di espressione e di pensiero. Tuttavia, molto più interessante si rivela la vicina città di Berat, inserita nel patrimonio dell’UNESCO, o la piccola Kruja. A differenza di Durazzo, inoltre, Tirana non si trova sul mare, che dista oltre 40 chilometri. Però una particolarità è molto gradita: qui in tanti parlano l’italiano. Dopotutto gli albanesi si sintonizzano sui canali delle nostre TV che qui si prendono un po’ ovunque.

    La nostra influenza culturale è evidente, quasi naturale, visto che stiamo parlando di una ex colonia occupata dai fascisti. Al Regime del Littorio si deve infatti la costruzione di una parte della strade e la modernizzazione delle infrastrutture, opere per buona parte utilizzate ancora oggi. Tirana è una città caotica da 3 milioni di abitanti che mi fa subito trovare imbottigliato nel traffico al di sopra di una strada con tratti sterrati e buche profonde. Ai lati vedo ecomostri in cemento armato. Qui per guidare bisogna aver coraggio, pazienza, decisione. Non esistono regole, la segnaletica è pressoché inesistente. Per farsi strada è necessario suonare costantemente il clacson e procedere vagando a zig zag, da destra a sinistra, nelle varie corsie di marcia. Per non parlare di quando si devono attraversare incroci o rotatorie, in questi casi è indicato buttarsi nella mischia e procedere verso lo stop – inesistente – quasi impattando gli altri veicoli. Ma quando il botto sembra una cosa certa ecco che l’autovettura riesce a trovare un pertugio e a uscire dall’ingorgo. Sembra strano, ma ci si abitua a queste regole, come a parcheggiare in terza o in quarta fila. Se questi metodi sono normali in Albania, si consiglia tuttavia di ritornare alle vecchie abitudini di guida una volta rientrati in Italia… Scutari, che raggiungo dopo ore di coda lungo la E72, è la città più importante nel nord. Fu la capitale del Regno Illirico nel III secolo a.C., mentre oggi rappresenta il principale centro della minoranza cristiana albanese, religione che qui si è sviluppata dopo l’arrivo della Serenissima. D’altronde gli influssi delle architetture veneziane sono evidenti così come quelli che riferiscono al periodo della dominazione dell’Austria Ungheria.

    All’imbarcadero del lago di Koman

    L’indomani parto per il trekking. Sono seduto su un furgone diretto verso l’imbarcadero di Koman. Dopo due ore di viaggio la strada si trasforma: è piena di buche quasi come una gruviera, si salta su ogni curva, ma quando i muscoli dei glutei sembrano presi dalla sindrome del sedere addormentato ecco apparire la grande diga di Koman. Scendo dal mezzo e, a piedi, lungo un tunnel scavato nella roccia, arrivo al pontile da dove prendo il traghetto per Fierze. Il Lago Koman è lungo e stretto e si sviluppa per oltre 40 km; sulle sue sponde si trovano alcuni villaggi e guest house raggiungibili solo in barca. Questo lago esiste solo dal 1983, si tratta infatti di un bacino artificiale voluto dal dittatore Hoxha per potenziare la produzione elettrica dell’Albania. Ma una volta completati i lavori idraulici e riempito il grande invaso di acqua, il volto della vallata venne cambiato per sempre e con esso le vite delle persone che qui vivevano secondo le antiche tradizioni. Un migliaio, più o meno, gli albanesi che oggi abitano queste montagne e che lottano quotidianamente per sopravvivere dovendo camminare decine di chilometri al giorno per raggiungere la strada asfaltata. Dopo quasi 3 ore di navigazione ecco comparire il pontile di Fierze. Mi sembra di rivivere l’approdo vissuto tanti anni fa sul fiume Mekong, quando arrivai sulla sponda laotiana di Luang Prabang. Come allora l’imbarcazione compie diverse manovre d’attracco e tanti a terra sono i locali pronti a offrire alloggi e servizi. Tornano utili perché mettono a disposizione dei mezzi di trasporto per raggiungere Valbona. Il trekking che attraversa la Valle di Valbona sale su un passo e poi scende nella Valle di Theth.

    Tra Valbona e Theth lungo il trekking

    Con i suoi quasi 1.000 metri di dislivello (da 900 metri s.l.m. a oltre 1800 metri di quota) è considerato un miracolo delle Alpi Albanesi che offre una varietà di forme, colori, flora e fauna. L’indomani, abbandonato l’asfalto, percorro con lo zaino in spalla i primi chilometri sul greto di un torrente. È qui che conosco Kola. È un uomo di montagna, generoso nello spirito, cultore di valori e tradizioni. Nonostante l’età avanzata e il sorreggersi su un bastone, accompagna giornalmente i turisti lungo il sentiero. Un sacrificio anche alla memoria del padre morto su queste vette dopo essere scivolato in un burrone. Per tre ore procedo lungo una salita impegnativa fino a raggiungere il passo dove contemplo il panorama tra le due vallate. Discendo lungo il versante ovest, nella Valle di Theth, attraversando boschi di pini bosniaci e di faggi. Poi incontro il secondo punto di ristoro, dove faccio una sosta. Kola mi racconta del perché l’Albania sia chiamata Shqipëri (la terra delle aquile). Dopotutto l’aquila a due teste domina la bandiera ed è il simbolo albanese. La leggenda vuole che un coraggioso cacciatore, durante una battuta di caccia, avvistò una grande aquila con in bocca un serpente morto che lasciò cadere sul nido, vicino al suo piccolo. Il giovane cacciatore raggiunse quel punto trovando il serpente ancora in vita mentre cercava di mordere l’aquilotto che, invece, il cacciatore riuscì a salvare: da allora, per gratitudine, l’aquila continua a proteggere il popolo albanese. Il programma dei giorni successivi prevede di raggiungere il Kosovo dal Montenegro, percorrendo il mitico Cakor pass, il passo più alto della ex Jugoslavia, scendendo poi nelle magnifiche gole di Rugova, in uno dei percorsi più panoramici e avventurosi dei Balcani, un luogo selvaggio frequentato dalle rotte degli Hippies che qui venivano per raggiungere Istanbul. Tuttavia l’amara scoperta… il passo è chiuso. Non è percorribile da quando nel 1999 il KFOR chiuse la strada Peć-Čakor-Murino ponendo ostacoli e piramidi al confine. La riapertura era prevista nel 2011 grazie ad alcuni lavori poi effettuati sulla Katun Road (la strada che proviene dal Montenegro) con l’asfaltatura fino al confine. Tuttavia, nonostante Google maps indichi la frontiera accessibile, oggi rimane invalicabile. È comunque possibile arrivare in auto fino ai blocchi di cemento: oltre si può proseguire solo a piedi o in bici. Per entrare in Kosovo torno indietro fino a Rozaje, la cittadina più a nordest del Montenegro, percorrendo cento chilometri in più.

    Il Cakor pass

    La strada parte da Zabljak e si snoda lungo il canyon del Tara, quasi parallela al tracciato della nuova autostrada. Sono diverse le imprese cinesi che qui lavorano per realizzare infrastrutture a dir poco impressionanti. Dopo Rozaje la strada inizia a salire su un gomitolo di curve, circondata ai lati da foreste di abeti e da alti minareti. Sono in mezzo alle montagne che formano il confine. Il Montenegro e il Kosovo l’hanno definito ufficialmente solo nel 2015 e forse per questo motivo ci sono undici chilometri tra le due frontiere. Dopo aver passato la prima dogana la strada scende notevolmente. Subito s’incontrano baracche abitate da sinti e, poco oltre, pastori che conducono un gregge di pecore. Superata “la terra di nessuno” ricevo sul passaporto il timbro del Kosovo. È illeggibile, ma forse è meglio così, perché non avrò sicuramente problemi alla frontiera della Serbia caso mai decidessi di entrare. Passato il casello inizio la discesa per Pejë (Peć). Faccio gasolio a un prezzo bassissimo (circa 1 euro al litro), e finalmente giungo a destinazione. Qui si trova la sede del patriarcato serbo-ortodosso, fondato nel XIII secolo quando Sava, fratello del principe Stefan Nemanja, si separò per la prima volta dal patriarcato greco di Costantinopoli e pose le basi dell’autocefalia serba. Per entrare nella chiesa sono costretto a lasciare i documenti ai soldati dell’Eufor. Sono tre le chiese che compongono il complesso: la più antica è quella di San Salvatore, costruita agli inizi del tredicesimo secolo. Ho ancora il tempo di visitare Prizren, considerata la capitale culturale del Paese e che, nonostante la recente guerra, ha conservato degli edifici di stile ottomano, le antiche moschee oltre che Kalaja, la fortezza che domina dall’alto la città. Come in qualsiasi viaggio è arrivata la fine e al rientro in Italia mi accorgo di essermi ammalato del mal di Balcani… Un morbo che mi resterà per sempre!

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