• CLAUDIO COMELLI. UNA VITA TRA LE AUTO

    scritto il 22 Giugno 2021 da: Michele Tomaselli

    Iniziò a fare il meccanico all’età di 14 anni. «Ho imparato il mestiere senza mai prendere un giorno di ferie». Rifiutando anche un’offerta della Ferrari

    Molin di Ponte è una località in comune di Cervignano del Friuli che ospita un’azienda agricola, vi sono pochi caseggiati e nessun abitante. È il risultato di un improponibile intervento di trasformazione edilizia commissionato negli anni’70 dalla compagnia di assicurazioni Lloyd Adriatico che, di fatto, ha cancellato una delle architetture rurali più tipiche del territorio. Lo storico Stefano Perini sulla rivista Cervignano Nostra lo ricorda così: “Un abitato di grande suggestione per la sua collocazione e per le acque scorrenti che lo incorniciavano, segnalato da diverse case, anche affrescate all’esterno, da una torre portaia, da stalle, da un mulino e da un’elegante fontana (per fortuna sopravvissuta). Vi vivevano diverse famiglie contadine. Il censimento del 1910 ricorda infatti la presenza di ben 107 abitanti. Anche in seguito, comunque, il loro numero sarà discreto”. Proprietà della famiglia Fabris, appartenne all’ingegner Luciano Cam piuti, che nel 1901 lo donò all’Associazione Agraria Friulana di Udine per costituire una scuola d’agricoltura. Ciò nonostante l’Associazione poco fece, passando poi sotto il controllo della Provincia di Udine. Anche se l’istituto non fu mai realizzato, si aprì una piccola scuola, grazie all’interessamento proprio di Campiuti (morto nel 1934). Una sezione scolastica che però ebbe vita breve. Arriviamo nel 1946, quando in una casa del luogo nasce Claudio Comelli, oggi noto e stimato imprenditore. Il 25 aprile 1970, assieme al fratello Paolo, avvia l’omonima e conosciuta rivendita d’auto di viale Venezia a Cervignano, che nel 2020 ha festeggiato i cinquant’anni di attività. Un traguardo considerevole per un’azienda che da decenni è punto di riferimento per il mercato di automobili oltre che servizio di carrozzeria e officina. In occasione di questo speciale compleanno siamo andati a trovarlo.

     

    Claudio Comelli

     

    Claudio, ci conosciamo bene anche per tutte quelle volte che le ho portato l’auto ad aggiustare… Che ricordi ha della sua infanzia legata a Molin di Ponte?

    «Era appena finita la Seconda guerra mondiale e la vita si svolgeva in completa autosufficienza, anche se si avvertivano i primi segni di cambiamento dovuti al progresso. Ciò nonostante l’esistenza scorreva lenta, scandita dai ritmi naturali delle stagioni. I miei genitori erano dei mezzadri a servizio degli eredi della famiglia Campiuti che coltivavano la terra e allevavano gli animali. Vivevamo con i prodotti che raccoglievamo quasi come vivessimo nel medioevo, ma nonostante tutto eravamo felici. Io peraltro mi divertivo giocando sopra il letamaio e camminavo scalzo lungo le strade bianche e impolverate del borgo».

    Un luogo in cui visse anche suo nonno Luigi.

    «Mio nonno Luigi, ex gendarme austriaco, che abitava a Molin di Ponte, mi raccontava le vicissitudini della Grande Guerra nella quale fu inviato sul fronte orientale in Galizia. Alla fine delle ostilità raggiunse New York e infine il Regno d’Italia. Qui trovò tutto cambiato, a parte Molin di Ponte che aveva mantenuto intatta quella sua identità».

    Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, ma lei ha iniziato a fare il meccanico ad appena 14 anni. Oggi gli stili di vita sono cambiati e iniziare a lavorare così presto è raro. Quale consiglio darebbe a un giovane in cerca di una prima occupazione nel suo settore?

    «Chi entra nel mondo del lavoro deve farlo con serietà e professionalità, ogni impiego deve svolgersi con piacere, senza imposizioni dall’alto, in base alle proprie attitudini personali. È importante avere umiltà e ascoltare chi ne sa più di te. Non voglio scoraggiare nessuno, ma fare il nostro mestiere oggi è complicato, anche perché circolano più di 23.000 modelli di automobili e di conseguenza ordinare i pezzi di ricambio richiede conoscenze approfondite della componentistica automotive, oggi peraltro sempre più dipendente dai sistemi elettronici. Per chi volesse aprire un’officina, invece, sconsiglio di fare “la cresta” sui prodotti in vendita, perché è sbagliato pensare solo al proprio profitto: un pezzo di ricambio deve costare il meno possibile anche perché vige la regola che il cliente deve andare via sempre soddisfatto».

     

    Il primo giorno di lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola: batticuore e anche un po’ di paura per non sapere che cosa ti aspetta… Il primo giorno di Claudio Comelli come fu?

    «In quel primo giorno di scuola non ebbi timori, d’altra parte vivevo ancora nell’età della spensieratezza. Era il 12 ottobre 1960 quando iniziai a fare il garzone nella carrozzeria Riva e Degano, allora ubicata in via Carnia, tra Muscoli e Cervignano, dove oggi si trova la pizzeria Chichibio. Per giungerci era necessario attraversare il quadrivio “la Rotonda”, una rudimentale intersezione stradale, nota perché nel mezzo si trovava un’isola spartitraffico a forma circolare. Era talmente pericolosa che fu sostituita qualche anno dopo da un in crocio semaforico. All’epoca c’erano diverse rivendite di auto e carrozzerie che davano lavoro a quasi cento persone. Oltre a Riva e Degano, con 20 operai, esistevano le officine Breggion (40 dipendenti), Crespan (15 dipendenti) e l’elettrauto Guerino Zia con una forza lavoro di 5 persone. In dieci anni di lavoro da Riva Degano ho imparato il mestiere senza mai prendere un giorno di ferie».

    Dietro a ogni impresa di successo c’è sempre qualcuno che ha preso una decisione coraggiosa. Anche lei evidentemente… Quando ha deciso di fare il grande salto e mettersi proprio?

    «Nel 1965 andai a lavorare dai fratelli Burba. Avevo deciso di cambiare officina grazie a mio fratello Paolo che da tempo lavorava con loro, ma anche per via del miglior trattamento economico che mi veniva riconosciuto. Il 25 aprile del 1970, sempre con mio fratello Paolo, decisi di aprire in viale Venezia il servizio autorizzato dei marchi Fiat e Lancia e un’officina con servizio di soccorso stradale».

    L’inizio di una lunga avventura.

    «Nel 1992 inaugurammo il nuovo capannone. Una festa durata 3 giorni, a cui parteciparono il giornalista Bruno Pizzul e il senatore Paolo Micolini: contammo più di 1.500 presenze. E nel 2020 abbiamo festeggiato i 50 anni di attività. Tempi duri, ma siamo ancora qui anche grazie a mio figlio Francesco e mio nipote Samuele».

    In tanti anni di attività ne avrà viste di cotte e di crude. Ne condivide qualcuna?

    «Una sera d’autunno di più di vent’anni fa, soccorsi un’automobile portando assistenza al suo conducente. Era un signore trasandato, sporco di vino, ma per fortuna non aveva subito traumi rilevanti, così come la sua automobile pronta nuovamente a circolare. Tuttavia l’uomo si trovava in un grave stato confusionale, tanto che voleva perfino suicidarsi. Seppure a disagio, lo accompagnai all’albergo “Al Cervo” di Cervignano, facendogli prendere una camera per dormire. L’indomani era ritornato in sé e non ricordava più nulla della notte brava. Più di trent’anni fa invece…»

    Cosa accadde?

    «Soccorsi un ingegnere di Budapest che non parlava una parola d’italiano. Era grave e bisognoso di cure, per questo motivo in ospedale chiamai la contessa Marion Oltay Strassoldo, mamma di Marzio e Raimondo, che, madrelingua ungherese, si rese subito disponibile a fare da interprete. Comunicò con i medici del reparto aiutando il ricoverato magiaro ad avere le necessarie terapie. Ma il suo supporto non si fermò qui e proseguì, tanto che informò l’ambasciata ungherese del grave episodio e che lo stesso ingegnere non poteva rientrare in patria. All’epoca, al tempo del blocco sovietico, era necessario ottenere un’autorizzazione consolare su ogni minima variazione di entrata e uscita dal visto del passaporto. Passò qualche giorno e poi finalmente ripartì, anche grazie al biglietto del treno che gli acquistai. Per questo motivo mi fu doppiamente riconoscente. Tanto che mi invitò a raggiungerlo in Ungheria. Anche se non seguì mai una mia visita».

    Quello che oggi si dice “Audi”, una volta si scriveva “Lancia”. Un marchio che ha fatto la storia dell’automobile italiana: la Stratos, la Beta Montecarlo, la Delta Integrale, la Thema 8.32, tanto per citare alcuni modelli. Quel marchio oggi vive un sonno profondissimo. Lei è da sempre un servizio autorizzato della Lancia: che effetto le fa vedere questo declino?

    «Tristezza infinita per la decadenza del simbolo della tecnologia, dello sport e della qualità dell’auto italiana che è Lancia».

    Siamo arrivati alla fine. “Da grande voglio lavorare alla Ferrari e sentire l’emozionante rombo delle rosse fiammanti del Cavallino” è un sogno spesso ricorrente in tanti appassionati di motori. Anche per Claudio Comelli…

    «Sì… Nel 1966 il sogno di toccarle per mano si stava avverando, perché ricevetti una proposta di lavoro per il nuovo stabilimento di automobili di Quercianella di Livorno, in quella stessa città dove era nato Giotto Bizzarrini, il famoso ingegnere e collaudatore italiano progettista delle leggendarie 250 GTO e della Testa Rossa. Ma decisi di intraprendere altre strade».

     

    Mulin di Ponte negli anni ’30. (Archivio M. Tomaselli)

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