• Viaggio nella natura – L’incredibile storia di Claudia Cazzaniga

    scritto il 4 febbraio 2016 da: Michele Tomaselli

    Claudia intrattiene nel suo studio laboratorio di Canebola (Copia)

    Claudia Cazzaniga nella casa di Canebola (foto di Igino Durisotti)

    Claudia Cazzaniga, di origini piemontesi, aveva tutto: denaro e agiatezza, ma si sentiva oppressa. La sua famiglia era atea, così, era cresciuta senza una religione. Per dieci anni ha insegnato in Liguria, presso una scuola d’infanzia, anche se il padre, ricco industriale, l’avrebbe voluta con sé in azienda. La svolta arrivò all’età di 33 anni, quando, trovando rifugio nel buddismo, decise di fare un voto di povertà. Così, per 14 anni, è vissuta senza denaro, nutrendosi della generosità della gente e dei prodotti della terra. Nel 2003 la scelta di partire per un lungo viaggio, percorrendo quasi 21 mila chilometri a piedi, fino ad arrivare in Kazakistan.

    Mesi durissimi, di tante sofferenze, con temperature siberiane, anche sotto i 40° C; poi il drammatico rimpatrio in Italia; il carcere prima in Repubblica Ceca e quindi in Austria. E poi sette anni di vita nel bosco. Trovando sempre la forza per andare avanti.

    Tutto comincia a Canebola, una piccola frazione del Comune di Faedis, dove assieme al fotografo Igino Durisotti, incontro casualmente Claudia e, in sua compagnia, iniziamo a sorseggiare dell’ottima tisana alla sambuca.

    Claudia, come hai fatto ad arrivare in Kazakistan?«Attraversai il fiume Volga, quindi oltrepassai l’Ucraina e la Russia fino ad arrivare in Kazakistan. L’Ucraina è un grande territorio: il paese più esteso d’Europa, dopo la Russia; allora era controllata da un’autocrazia post-sovietica. Camminavo con uno zainetto e vivevo “alla giornata.

    Mi ricordo che pregavo sotto un albero e, grazie alla recitazione dei mantra, trovavo la forza per andare avanti. Ero sfinita e pesavo solo 33 chilogrammi. Avevo bisogno di sentire la voce di mia madre che, grazie alla preghiera, riuscivo a percepire. Dormivo dove capitava e non indossavo scarpe ai piedi. C’era comunque solidarietà nelle persone che incontravo».

    Claudia che prepara della ghirlande di fiori e che poi gentilmente ce ne fara dono. (Copia)

    Claudia Cazzaniga da spazio alla sua creatività (foto di Igino Durisotti)

    Facciamo ancora un passo indietro: come iniziò la tua avventura? «Tutto ebbe inizio a Villa Vrindavana, a Castellino in Chianti, nel cuore della Toscana: la principale sede degli Hare Krishna in Italia. Avevo imparato la cultura vedica, in particolare a ritenermi un’anima spirituale di Dio, ad assistere ogni essere vivente senza pretendere debita riconoscenza e a recitare i mantra, quella forma di preghiera in grado di purificare la mente. Successivamente iniziai a frequentare un altro centro vedico nella provincia di Vicenza. Nel 2003 decisi di fare un voto e, così, partii per la Mongolia. Attraversai l’Austria, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Ucraina, la Russia e infine il Kazakistan. In tutto 21.000 chilometri a piedi. Camminai lungo i boschi e lungo gli argini dei fiumi, divenendo una grande conoscitrice del bosco».

    Cosa successe in Kazakistan? «Purtroppo fu un’esperienza terribile: i militari credettero che fossi una spia e, per questo motivo, mi rinchiusero in una gattabuia. Subito dopo mi sottoposero a un interrogatorio che non scorderò: non comprendevo bene la lingua e non ascoltavo le loro domande. Asserivo che non ero una spia e che il mio intento era di arrivare fino in Mongolia. Non fui comunque creduta. Così iniziarono le mie operazioni di rimpatrio per l’Italia».

    Ma al rientro in patria hai ripreso a camminare. Come mai? «All’aeroporto di Fiumicino non capivo cosa mi stesse succedendo e meditavo. Ritenevo che dovevo riprendere il mio cammino verso la Mongolia, secondo il voto intrapreso due anni prima. Così, attraversai l’Abruzzo e il Litorale Adriatico. Camminavo fra spiagge e pinete con il mio piccolo fagottino e dormivo dove capitava: fra le spiagge, i porti e le case dei pescatori. Sentivo l’aria di salsedine e il profumo del pescato. D’un tratto cambiai orizzonte e valicai le Alpi, fino a raggiungere la Repubblica Ceca. Incontrai diverse famiglie Rom, sempre molto ospitali. Ero debole, ma dovevo raggiungere la Mongolia. Ogni giorno facevo il saluto al sole».

    Ma anche questa volta il tuo viaggio subì un brusco stop. «Venni arrestata dalla polizia ceca e feci 108 giorni in carcere per il reato di clandestinità. Dietro le sbarre vivevo bene, assieme a 5 ragazze cinesi e a una mongola. Mi sembrava un paradiso: il cibo era buono, le strutture erano accoglienti e fra di noi vi era rispetto. Sebbene non protestassi, venni consegnata alla polizia federale austriaca.

    In Austria mi sottoposero a un durissimo isolamento:non mangiavo nulla e arrivai a pesare 32 chilogrammi. Come se non bastasse volevano che mi dichiarassi pazza. Le mie condizioni di salute peggioravano, tanto che, dopo 53 giorni di prigionia, mi ricoverarono in un ospedale vicino a Graz. Solo grazie alla preghiera sono riuscita a sopravvivere».

    Poi cosa successe? «Trovai la forza per scappare, anche se ero ridotta malissimo. Sembravo uno straccio, camminavo a gattoni strisciando a terra e mi nutrivo solo dei frutti degli alberi. Avevo le allucinazioni. Per percorrere pochi metri mi sembrava di vivere un’eternità. Mi ritrovai in mezzo ai pascoli, e quando pensai di essere spacciata fortunosamente una famiglia mi aiutò, offrendomi dei viveri e un giaciglio per la notte. Fu la mia salvezza».

    A quel punto cosa decidesti di fare? «Riuscii a chiamare mia madre: fu un sollievo sentirla. La sua voce mi diede la forza per proseguire. Alla stazione di Villaco, dopo tre settimane in fuga, presi un treno per Tarvisio, trasgredendo una delle due regole ferree che mi ero imposta: camminare senza mai usare alcun mezzo di trasporto (l’altra era non usare le coperte durante la notte). Arrivata a Tarvisio Bosco Verde ripresi a camminare».

    La tappa seguente fu Udine? «Ricordo bene il giorno in cui arrivai: era il 7 luglio 2007. Ad attendermi c’era una mia cara amica dei tempi della Toscana. L’incontro fu un segno premonitore del mio destino, perché la mia amica mi propose di camminare lungo il fiume Natisone, secondo un sogno rivelatore che avrebbe indicato la mia strada».

     

    esterno della capanna ove ha vissuto Claudia sopra Faedis fra il Foran di Landri e il Foran des Aganis-001 (Copia)

    Esterno della capanna ove ha vissuto Claudia sopra Faedis fra il Foran di Landri e il Foran des Aganis (foto di Igino Durisotti)

    E così accadde? «Percorsi l’alveo del Natisone – bellissimo e incontaminato – e arrivai a Pulfero. Lì conobbi uno scultore che mi propose di frequentare la Comunità di Polava: un luogo di meditazione e di pace al confine con la Slovenia. Anche qui non tenevo una fissa dimora e dormivo dove capitava: fra gli stavoli e in mezzo ai covoni. Assieme a Plinio e a Ornella lavoravo intensamente, ma il mio pensiero era sempre rivolto alla preghiera. Dopo un po’ di tempo, alcuni dei miei nuovi amici mi proposero di vivere nel bosco, sopra Faedis, in una capanna fra il Foran di Landri e il Forandes des Aganis. E io accettai».

    Che genere di esperienza fu? «Vissi 7 anni nel bosco, un mondo tutto da scoprire: un luogo di pace e tranquillità, ma allo stesso tempo efferato e crudele, ove vige la legge del più forte. Dedicavo metà giornata alla cura del mio corpo, l’altra alla ricerca del cibo e delle erbe selvatiche. La mia preghiera era sempre più intensa e meditavo con maggiore enfasi. Spremevo le bacche ma m’incuriosivano strane leggende delle creature del bosco. Mi intrigavano le anguane, dette agane, che, secondo la credenza popolare friulana, sono una specie di sirene che vivono accanto ai corsi d’acqua. Dormivo tantissimo; con i sacchi delle patate facevo lo stoppino per accendere il fuoco e cucinavo in una piccola pentola. Durante l’estate mi spostavo nel parco delle Prealpi Giulie, dormendo dove capitava: nei bivacchi, nelle capanne e nei fienili. Un giorno ho incontrato l’orso: un’esperienza che non consiglio di vivere a nessuno».

    Ma anche questa esperienza giunse alla fine. «Nell’inverno del 2014 la galaverna mise a dura prova ogni forma di vita del bosco, tanto che la mia capanna venne danneggiata irreparabilmente, costringendomi a emigrare altrove. Fortunosamente, l’Assessore alla Cultura del Comune di Faedis si prese a cuore la mia situazione proponendomi di andare a vivere a Canebola, nell’ex casa parrocchiale. Qui ho iniziato a dare spazio alla mia creatività, raccogliendo piante officinali come l’aglio Orsino (Allium ursinum) e tanti altri prodotti del sotto bosco. Tutto questo mi consente di produrre artigianalmente saponi a cera, tisane al gusto di primavera, sambuco, acacia, ma anche ai germogli di primavera e alle cime di luppolo. Per tutto questo ringrazio la Comunità di Canebola e di Faedis che mi ha accolta a braccia aperte».

    VALLE DI FAEDIS

    INFO UTILI  Il territorio del Comune di Faedis si estende nella Slavia friulana a ridosso dei colli orientali. E’ un ambiente verde e selvaggio. A nord s’innalza il M.te Joanaz che domina la vallata.

    FAEDIS

    abitanti: 1575 altezza: 170 m.

    Il nome Faedis deriva da “fagetum” ovvero da bosco di faggi. Sorge allo sbocco della valle del Grivò, in un luogo circondato da colline e da una rigogliosa selva oscura. Citato per la prima volta nel 1027, è un paese ricco di storia. Annovera tre castelli, moltissime chiese, e numerose ville.

    La sua origine è riconducibile al patriarca aquileiese Popone quando autorizzò il nobile carinziano Odorico di Auspergh ad erigere un’opera fortilizia sul monte “Cuc”, e da qui la costituzione del feudo dei Cuccagna. In seguito si susseguirono i casati degli Zucco, dei Partistagno e dei Freschi.

    Nel febbraio del 1945 si consumò la tragedia di Porzûs: diciassette partigiani, membri delle Brigate Osoppo, furono sequestrati e fucilati da antifascisti della Brigata Garibaldi, nei pressi delle malghe di Porzûs (poi Bosco Romagno) tra cui Guido Pasolini (“Ermes”), fratello dello scrittore e regista e Francesco De Gregori (capitano degli Alpini, nome di battaglia “bolla”), zio del famoso cantautore. Fra i prodotti enogastronomici del territorio si annoverano il refosco, l’olio e i distillati (in particolare la grappa e lo slivovitz)

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    Numerose sono le frazioni e le borgate della valle di Faedis.

    STREMIZ

    abitanti : 29 altitudine: 315 m.

    È un gioiello architettonico! Al centro del paese una fontana del XIX sec., il ponte ed un mulino. Le case in pietra sono state tutte recuperate, in particolare la casa degli architetti Roberto Raccanello e Katharina von Stietencron; lo stesso fabbricato ospita l’omonimo atelier d’architettura specializzato nel recupero di castelli medievali.

    CANEBOLA

    abitanti: 117 altitudine: 669 m.

    Ha origine probabilmente nel periodo delle migrazioni slave (VI-IX sec.) verso le valli del Natisone e del Torre. Nel 1930,  era ancora sprovvista di strada di collegamento. Dopo il sisma del ‘76 la borgata è stata gravemente danneggiata ma, nonostante la ricostruzione,  non è più tornata all’antica eleganza. Ospita due bar e una Chiesa.

    CLAP

    abitanti: 3 altitudine: 684 m.

    Clap, come Canebola, ha origini da migrazioni slave; Il paese ormai è disabitato, anche se alcuni edifici sono state ristrutturati dopo il terremoto del ’76. L’ambiente è ameno e vale la pena davvero fermarsi. A poca distanza sorge il particolarissimo cimitero di Clap, raggiungibile solo a piedi.

     Come arrivare: raggiungibile in 15 km da Udine, attraverso la S.P. 15.

    Quando andare:  Tutto l’anno.

    Intervista a cura di Michele Tomaselli Articolo apparso su iMagazine N. 58 settembre – ottobre 2015

     

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    Un commento a “Viaggio nella natura – L’incredibile storia di Claudia Cazzaniga

    • Tita ha detto:

      Donna coraggiosa e ammirevole nella ricerca della conoscenza di se stessa e del suo equilibrio. Le auguro di trovare e mantenere per il resto della sua vita questa pace e serenità così faticosamente trovate.

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